Botti di fine anno (e di fine corsa)

Come conseguenza delle accuse di Washington di un hackeraggio ai danni del Partito democratico statunitense e in particolare della candidata Hillary Clinton, finita nella bufera emailgate e nella scoperta di un favoritismo nei suoi confronti ai danni di Bernie Sanders ai tempi delle primarie proprio da parte dell’establishment del comitato democratico, il 29 dicembre il Presidente uscente Obama ha annunciato l’espulsione di 35 diplomatici russi e delle loro famiglie entro 72 ore, ha colpito il FSB e il GRU, ha sanzionato 9 agenzie e ha confiscato due “dacie” ovvero complessi residenziali dell’Ambasciata russa.

Mosca continua a negare ogni coinvolgimento in simili azioni di hackeraggio, e anche se le sanzioni sono state accolte con grande eco dai media USA e anche da alcuni politici repubblicani, la verità è che gli USA non hanno alcuna prova di ciò che affermano.

La risposta della Russia è avvenuta in più fasi: dapprima con una serie di tweet nei quali si faceva cenno ad una violazione del diritto internazionale ed in particolare della Convenzione di Vienna (uscita dal portavoce del Cremlino Peskov e ripresa da WikiLeaks), poi lo stesso Peskov ha dichiarato che le sanzioni non erano considerate semplicemente come un atto ostile. In tutto questo, mentre venne dichiarato che la Russia avrebbe risposto il giorno successivo tramite Maria Zakharova – portavoce del ministero degli Esteri russo – l’Ambasciata russa in UK ha lanciato un tweet che trollava Obama con l’immagine di un’anatra e la scritta “LAME”.

Tutto questo fa sembrare più che il ritorno alla Guerra Fredda, lo spostamento definitivo verso una guerra cybernetica.

Il 30 dicembre, ovvero il giorno successivo, è arrivata la risposta di Putin ed ha spiazzato tutti: nonostante l’ipotesi di Lavrov “occhio per occhio” di espellere 35 diplomatici USA, il Presidente russo ha dichiarato che non solo non espellerà nessuno, ma ha persino invitato le famiglie e i bambini dei diplomatici americani allo spettacolo di fine anno al Cremlino. All la faccia della Clinton che lo tacciava di non avere un cuore…

L’analisi sintetizzata è che la Russia sta vincendo su ogni fronte. Se fosse una partita di calcio sarebbe sul 3-0: vittoria di Trump, situazione favorevole in Siria che la pone come la protagonista della vittoria e ora questa risposta che sul piano delle relazioni internazionali è una batosta politica e morale per Obama.

Obama sta cercando di distogliere l’attenzione dal protagonismo russo in Siria, dove si sta andando verso la vittoria di al-Asad sostenuto dalla Russia e alla sconfitta degli sterili USA, ma dall’altra parte cerca anche di giustificare la sconfitta della Clinton – per la quale si era speso molto in campagna elettorale – passando la patata bollente della colpa del disastro elettorale alla solita Russia, mentre è anche e non poco sua.

Ma le mosse di Obama potrebbero anche essere rivolte a Trump, per indebolirlo ed indurlo ad una scelta tra seguire la linea USA delle sanzioni anti-Russia oppure cambiare registro e policy internazionale. La risposta di Putin ha però messo Obama con le spalle al muro ed aperto una strada per la presidenza di Trump, che si è circondato di persone con ottimi rapporti ed ottime conoscenze del mondo russo.

Come uno che scopre che la fidanzata ha un amante, che preferisce e con il quale vorrebbe avere un futuro, ed allora inizia ad innervosirsi, a tramare, a fargli dispetti, ad escogitare piani per rendergli la vita difficile. Così si sta comportando Obama, concludendo la sua presidenza nel modo peggiore, calcolando anche le sue mosse con Israele che hanno causato una rottura dei rapporti ed una dichiarazione di Netanyahu nella quale, come d’altronde Putin, dichiara di aspettare la presidenza Trump per ripristinare o rivedere i rapporti con gli USA.

Nel G7 del 26 maggio a Taormina, l’Italia può svolgere un ruolo di pivot tra gli USA e la Russia. Putin nel messaggio di fine anno ha invitato Mattarella a Mosca, e Gentiloni è sicuramente più adeguato di Renzi a svolgere un compito che potrebbe essere rivoluzionario.

Il premio Nobel per la Pace più immeritato della storia – Obama – ci sta portando al sesto capitolo della Guerra Fredda: il conflitto cybernetico.

Gli americanisti dovrebbero essere contenti della sconfitta della Clinton, perché con Trump gli USA hanno l’ultima opportunità di contare ancora qualcosa a livello internazionale. Prima che la Russia diventi seriamente una potenza semi-egemone.

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