Nel giorno dell’anniversario della nascita di Bobby Sands, il Parlamento europeo decide di revocare l’immunità ai 3 eurodeputati catalani Carles Puigdemont, Toni Comín e Clara Ponsatí.

L’allodola spirito di libertà nel Bobby Sands Mural a Belfast

Nel giorno dell’anniversario della nascita di Bobby Sands, il Parlamento europeo decide di revocare l’immunità ai 3 eurodeputati catalani Carles Puigdemont (ex Presidente del Governo catalano), Toni Comín e Clara Ponsatí. Adesso il giudice spagnolo istruttore dell’inchiesta, Pablo Llarena, può inviare la richiesta di estradizione alle autorità belghe e scozzesi. Per Puigdemont, Comín e Ponsatí aumenta il rischio di raggiungere in carcere gli altri leader indipendentisti, a 7 dei quali – lo stesso giorno – il tribunale di sorveglianza ha revocato la semilibertà concessa dalla Generalitat catalana (il Governo catalano).

I primi due sono praticamente in esilio in Belgio dal 2017 – dove sono fuggiti per evitare le carceri spagnole nelle quali sono tutt’ora rinchiusi i membri dell’esecutivo indipendentista di Puigdemont, che ha convocato il referendum del 1 ottobre 2017 – la terza vive in Scozia, dove insegna presso l’Università di St Andrews.

Attenzione alle Nazioni citate: il fil rouge che lega Irlanda, Catalogna, Belgio e Scozia è infatti quello della libertà, dell’autodeterminazione dei popoli, dell’indipendenza. L’Irlanda è il maggiore esempio della lotta indipendentista, con l’Easter Rising del 1916 e fin dai tempi di Theobald Wolfe Tone, ben prima degli anni di Bobby Sands (quando diventa una lotta per la libertà e l’unità della Nazione). In Belgio il nazionalismo fiammingo, che è uno dei maggiori sostenitori della Catalogna e difatti non è raro vedere bandiere catalane appese fuori dalle case. In Scozia è attualissimo il dibattito su un secondo referendum per l’indipendenza dopo quello del 2014.

E poi c’è la Catalogna. E i catalani. Un popolo determinato, che spinge fortemente il mondo politico alle richieste indipendentiste in modo ancora più energico degli stessi politici catalani. Un popolo profondamente identitario, che viene però offuscato da una minoranza comunista e anarchica, estremista e rumorosa, spesso eccessivamente quanto inutilmente violenta (ma pacifista! E per questo inadeguata), e dalla stampa internazionale che dà ampio risalto agli scontri e agli atteggiamenti della piazza multietnica (ma anticapitalista!). Il vero popolo catalano, quello che si è presentato alle 5 di mattina alle urne quel 1 ottobre 2017 per far votare gli anziani prima delle cariche della polizia spagnola, quello che nelle ultime recenti elezioni catalane ha fatto segnare risultati record per i partiti indipendentisti (che per la prima volta hanno superato il 50% dei voti), rischia di non venire percepito all’estero, inducendo all’errore di etichettare gli indipendentisti catalani come estrema sinistra.

Così non è, perché se è vero che la quasi totalità dell’estrema sinistra catalana è pro-indipendenza, è anche vero che il peso elettorale non supera il 7%, quando i partiti sempre indipendentisti ma più moderati sommano oltre il 43% dei voti. Ma neanche la sinistra o il centrosinistra si dimostrano in realtà filo-indipendenza: “una vittoria della democrazia e dello Stato di diritto (…) sono molto soddisfatta per questo risultato” così Iratxe Garcìa Perez (PSOE), presidente del gruppo dei Socialisti e Democratici (S&D) al Parlamento Europeo, ha commentato la revoca dell’immunità ai 3 eurodeputati catalani durante la conferenza stampa a Bruxelles nel corso della plenaria.

Tornano in mente le parole del laburista Don Concannon (Labour Party) quando, a un Bobby Sands in fin di vita nel carcere di Long Kesh, gli dice in faccia che il Partito laburista sostiene la politica del governo di Margaret Thatcher nei confronti dei prigionieri (politici) e che la sua morte sarà inutile. Quindi piano prima di far passare Democratici e Socialisti secolo come sostenitori dell’autodeterminazione e delle lotte per la libertà.

Ma, tornando alla decisione del Parlamento Europeo, sono inevitabili alcune riflessioni:

A che cosa serve l’Unione Europea se ritiene che la questione catalana sia solo un affare interno spagnolo da risolvere in Spagna?

Come può pensare di tendere ad una unificazione o anche solo ad una maggiore integrazione se poi abbandona le Nazioni dei Paesi membri, prostrandosi agli Stati più forti e delegando ad essi le decisioni scaricando ogni responsabilità? Che questa sia la prova che la cessione di sovranità è sbagliata? Che non solo non ci sia una leadership politica, ma che non ci siano neanche le condizioni affinché questo possa avvenire, perché i catalani sono sempre stati i più europeisti della penisola iberica, ma i partiti più europeisti si sono sempre rivelati i più anti-catalanisti?

D’altronde, anche Bobby Sands si sentì tradito dalle istituzioni europee e, a fine aprile 1981, dopo quasi due mesi di sciopero della fame, si rifiutò di incontrare i 4 membri della Commissione europea per i diritti umani, che era già intervenuta l’anno precedente ma senza risultato. Per motivi burocratici, tra l’altro, la Commissione sarebbe potuta intervenire non prima di 18 giorni. Ma 8 giorni dopo, Bobby Sands entrò in coma e in meno di 48 ore morì nella prigione di Long Kesh, dopo 66 giorni di sciopero della fame.

“Può darsi che io muoia, ma la Repubblica del 1916 non morirà mai. Avanti con la Repubblica e la liberazione del nostro popolo.”

Bobby Sands, carcere di Long Kesh, lunedì 9 marzo 1981.

Sono passati appena 40 anni, ma l’Unione Europea non è ancora pronta (o interessata) ad intervenire in difesa degli attivisti per le libertà e delle Nazioni.

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