Allo “Sportec Center” di Gaglianico il 7° torneo di calcio a 5 della Lega Nord biellese

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Per il settimo anno consecutivo, Lega Nord Biella organizza il torneo di calcio a 5 provinciale, che quest’anno si disputerà a Gaglianico, presso il centro sportivo “Sportec Center” in via Napoli, dal 26 giugno all’8 luglio. Le partite si disputeranno a partire dalle ore 21 nei giorni di lunedì, martedì, giovedì e venerdì, e saranno 2 ogni sera. Le finali sono previste venerdì 7 luglio dal 5° all’8° posto e sabato 8 luglio per la finale 3°-4° posto e la finalissima. Le squadre in campo saranno 8, per un totale di più di 70 giocatori provenienti da tutto il biellese, divise in due gironi. Nel girone A: Chiavazza, Gaglianico, Pettinengo e Biella. Nel girone B: Vigliano Biellese, Ronco Biellese, Candelo e Cossato. Il torneo è organizzato dal segretario della sezione di Vigliano della Lega Nord Claudio Milan e dal Movimento Giovani Padani, che esprimono l’orgoglio e la soddisfazione per un evento che va oltre la politica e si inserisce in uno spirito di unione della comunità attraverso lo sport. Siamo l’unico partito che ha la determinazione e la forza di creare una simile iniziativa per i giovani, anche grazie a tanti sponsor del territorio. Tutte le partite sono trasmesse in diretta nella pagina http://leganordbiella.com/torneo2017.html, dove potrete anche trovare delle informazioni utili sul torneo. Vi aspettiamo allo Sportec di Gaglianico!

#GiornataMondialedelRifugiato – C’è poco da festeggiare

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Oggi viene celebrata la Giornata mondiale dei profughi. Quanti però sanno chi e quanti sono i profughi presenti nel nostro Paese, e quanti ci dicono la verità su questi dati? Il rischio è che questa categoria di persone costrette ad abbandonare la loro terra, il loro paese, la loro patria in seguito a eventi bellici, a persecuzioni politiche o razziali, oppure a cataclismi, venga usata da alcuni politici – con l’aiuto di potenti mezzi di comunicazione amici – per giustificare e perpetrare politiche che nulla hanno a che fare con la salvaguardia di chi vive veramente situazioni serie, difficili, pericolose, e che si vede addirittura paragonato a orde di clandestini che raggiungono le nostre coste illegalmente o con l’aiuto di ONG accusate di essere colluse con scafisti e trafficanti di esseri umani.

Ma vedendo cosa prevedono i festeggiamenti a Biella, ovvero concerti, aperitivi, tornei di volley e calcetto, cene etniche (ovviamente non biellesi per migliorare la loro integrazione, ma africane perché siamo noi che dovremmo abituarci ai loro usi culinari), workshop, conferenze, gite e altro, viene da chiedermi come tutto ciò possa aiutare chi davvero soffre la fame in Africa – che non sono i maschi palestrati che vediamo passeggiare con le cuffie o pedalare in bici per Biella – come possa essere d’aiuto a chi combatte contro gli islamici che bruciano le chiese in Africa o a chi è costretto a fare decine di km al giorno per prendere l’acqua per i figli che soffrono di malattie da denutrizione, al contrario di quelli che, ospitati in qualche hotel di Biella, buttano via la pasta che noi e l’UE offriamo gratuitamente, anche sapendo che molto probabilmente va a persone che non scappano dalla guerra ma che godono di somme di denaro tali da permettere loro di pagare le decine di migliaia di dollari (in conversione) necessarie per passare i checkpoint nel deserto ed affrontare la traversata clandestinamente.

Ma il perché della presenza sul nostro territorio di clandestini che sembrano tutto fuorché profughi ce lo dicono i numeri del Ministero dell’Interno: semplicemente non sono profughi! L’altr’anno, su 181.436 clandestini sbarcati, 123.600 hanno fatto la richiesta per ottenere lo status di rifugiato politico. Quindi già 58.000 sono spariti e si presume che erano quindi ben consapevoli della loro condizione di puri clandestini. Di tutte le richieste esaminate, poi, soltanto 4.808 hanno ottenuto lo status di rifugiato: appena il 5%, addirittura soltanto il 2,6% sul totale degli sbarcati! Se si tengono in conto anche gli altri due permessi, quello sussidiario e quello umanitario, i dinieghi totali sui casi esaminati sono ben il 60% (54.254 domande), in aumento rispetto al 58% del 2015. Calcolando tra quei 4.808 rifugiati i 1.590 siriani sbarcati, si rileva come praticamente tutti quelli che sbarcano dai Paesi africani con il maggior numero di immigrati, non abbiano i requisiti necessari per ottenere lo status che oggi le cooperative celebrano: chi scende in piazza oggi, molto probabilmente, è un semplice richiedente asilo al quale verrà negata la domanda ma che intanto le cooperative elevano come simbolo di buona accoglienza cercando di sciacquarsi dalle accuse di business. Eppure mantenere i dipendenti, acquistare e mantenere edifici, ville, scuole ecc. e organizzare manifestazioni ed eventi della durata di oltre un mese ha un costo notevole…

Abbiamo tutti, purtroppo, impresse nella mente le immagini dei bambini africani denutriti e malnutriti, che non hanno i soldi per scappare e per pagare gli scafisti e che nessuno aiuta in Africa, come invece chiede da sempre la Lega Nord. A pensare male verrebbe da dire che ciò accade perché non fruttano alle cooperative rosse i 35 euro al giorno, e se poi ci si mettono in mezzo eventi come quelli in occasione della Giornata mondiale dei profughi, che sembrano improntati più a mettere in buona luce le cooperative che ottengono milioni di euro per l’accoglienza piuttosto che dare un concreto aiuto a chi effettivamente ne avrebbe bisogno, come quei bambini, i sospetti aumentano…

Le #PrimariePD2017 sono state un flop

Mancando ancora, dopo ben 24 ore, i risultati ufficiali, si può fare tuttavia un’analisi con le primarie PD precedenti basandosi sui risultati ufficiosi, che non dovrebbero comunque discostarsi di molto da quelli definitivi quando arriveranno.

Massimo Franco scrive sul CorSera sulle Primarie del PD: “La partecipazione è stata superiore alle previsioni”. O si sono tenuti molto bassi, o avevano una paura micidiale…

Dopo 16 ore di silenzio, si scopre infatti che il PD ha perso 966.223 votanti e Renzi 611.943 voti rispetto al 2013, passando da 1.895.332 a 1.283.389 voti che se sono superiori al milione prefissato, sono comunque il peggior risultato per un segretario nei 10 anni di storia delle primarie PD. A Renzi interesserà, e forse rivendicherà, di essere il segretario PD eletto con la maggior percentuale, ma dall’altra parte è stato anche il segretario eletto con meno voti, che si conformano sempre di più al dato dell’affluenza, a sostegno delle critiche di un partito personale mosse nei suoi confronti.

Voti a Renzi alle primarie PD

Nel 2007 Veltroni era stato eletto segretario con 2.694.721 voti; nel 2009 Bersani ne prese molti meno, ovvero 1.623.239; Renzi nel 2013 torno a far segnare numeri alti con i suoi 1.895.332 voti ma diventati appena 1.283.389 nel 2017, soltanto 4 anni e 1024 giorni di governo dopo.

Voti al segretario Pd eletto alle primarie

L’esperienza di governo, tra l’altro il quarto esecutivo più longevo della storia della Repubblica, ridimensiona ulteriormente la scarsa performance di Renzi, perchè se nel 2013 i voti sono stati comunque tanti rispetto a quelli di Bersani di 4 anni prima e nonostante il calo dell’affluenza, questa volta al sostanziale calo di voti per Renzi (unico segretario riconfermato e, in verità, unico a ricandidarsi alla segreteria PD) segue un ancora più importante calo di votanti che per la prima volta fa scendere l’affluenza sotto quota 2 milioni. Il calo, infatti, è sicuramente dovuto in buona parte alla delusione dell’attività politica di Renzi, che se nel 2013 ha fatto il pieno trascinato dalla fiducia, dai media e da una gestione sottotono di Letta (con segretario Epifani) dopo il fallimento di Bersani, ora subisce il peso dei quasi 3 anni come Presidente del Consiglio, sotto quei riflettori ora non più così benevoli, davanti al popolo che dopo le promesse si aspetta(va) una diversità, un’innovazione e una concretezza mai arrivate davvero. Un segnale, quindi, esattamente opposto.

Affluenza alle primarie del PD

Il confronto tra calo dell’affluenza e calo dei voti a Renzi rende bene l’idea della fondatezza delle preoccupazioni di alcuni esponenti del PD circa una personalizzazione del partito, che si manifesta al momento delle primarie, dove sembra che vadano a votare sempre di più i renziani mentre al quasi milione di voti perso nell’affluenza non fa un contro-bilanciamento neanche timido il voto verso una delle due alternative, anzi, come si vede nel grafico sottostante, i voti di Renzi si avvicinano sempre di più ai voti totali.

Confronto affluenza - voti a Renzi

Se questo sia sintomo di una forte leadership di Renzi o di una deriva personalistica (anche causata dalla mancanza di alternative forti) ce lo diranno il tempo e ce lo potranno dire al massimo esponenti del partito, ma i dati parlano chiaro e, previsioni (volutamente?!) pessimiste a parte, confermano che queste primarie sono state un duro flop sia per Renzi sia, soprattutto, per il Partito Democratico.

Rivoluzione francese

Il primo turno delle elezioni francesi ci ha portato una conferma: è definitivamente conclusa la distinzione destra-sinistra per definire i due campi delle sfide elettorali e politiche.

Come si è potuto notare bene soprattutto in Austria, i partiti tradizionali al potere da decenni e che siamo abituati vedere l’uno governare e l’altro essere a capo della minoranza, sono ora entrambi esclusi ai ballottaggi, fuori dai giochi, minoranza erosa in uno scenario totalmente nuovo, che vede ora da una parte i localisti e dall’altra i globalisti, da una parte gli anti-sistema e dall’altra il sistema stesso (il cosiddetto “establishment“). I lavoratori, i giovani e le classi più colpite dalla crisi abbandonano o escludono i partiti storici per dare la loro preferenza a chi si fa portatore di queste istanza, indipendentemente dal fatto che siano favoriti od ostacolati dalla stampa.

È successo anche in Francia, e se i Repubblicani possono incolpare la stampa e le inchieste giudiziarie come il “Penelope gate”, i socialisti possono incolpare solo loro stessi e devono essere consapevoli che Hollande ha grandi responsabilità dell’esclusione del PS al 6%, anche se la grande fetta di responsabilità ce l’hanno i detentori del potere nel sistema europeo, che tengono in scacco i governi nazionali che la Le Pen vuole liberare.

Ecco che l’endorsement di Juncker, Merkel e Mogherini (ma non dovrebbe essere imparziale?) a Macron, conferma che è il perfetto successore di Hollande, del quale fu appunto Ministro dell’Economia. Dato che sapevano già della disfatta del Parti Socialiste, ora si rifugiano tutti assieme da lui, come in un minestrone; ma più appoggio gli offrono e più dichiarazioni di apprezzamento pronunciano, più Macron rischia di essere visto parte di quell’establishment che Le Pen promette di combattere, come avvenne negli USA tra Trump e la Clinton ed in Olanda tra Wilders e Rutte.

Invece, il sostengo lampo di Fillon a Macron è chiaramente in vista delle legislative di giugno, quando il Presidente dovrà nominare il Primo Ministro, che è il detentore del vero potere. Il problema è che un vero gollista non può votare un ex ministro di Hollande, e la scelta più coerente è votare Marine non solo per gli elettori repubblicani, ma anche per Fillon stesso, che arriva da una gioventù gollista sociale ed euroscettica che è l’esatto opposto rispetto a Macron.

L’incoerenza del sostegno indotto di Fillon verso il favorito 39enne fino a 3 anni fa sconosciuto di En Marche è emersa dopo qualche minuto, quando Macron ha esclamato che sarà il Presidente contro i nazionalismi… non credo che i gollisti l’abbiano presa molto bene. In questo senso è stato molto più intelligente Melenchon, che ha salvato capra e cavoli senza dichiarare un appoggio a nessuno e mantenendo quindi libero il suo partito e sicuro l’elettorato raggiunto (la maggior parte dei lavoratori votano Le Pen); perchè il PM lo elegge comunque il Parlamento.

Per quanto riguarda il ballottaggio, invece, c’è un dato straordinario e che nessuno sta prendendo in considerazione: il quasi 5% del sovranista (quindi localistaDupont-Aignan e soprattutto i suoi 1,6 milioni di voti, che lo pongono in sesta posizione appena dietro ad Hamon del PS. Questi sono voti potenziali per il Front National. Non andranno di certo tutti alla Le Pen, ma nessuno andrà a Macron.

Secondo alcuni analisti, i voti presi ora da Fillon si tripartiranno equamente tra astensione, Macron e Le Pen (e qui emerge il calcolo dell’endorsement, che a breve tempo può funzionare ma a lungo tempo è pericoloso). La previsione più interessante resta comunque vedere dove andrà il voto di Melenchon, ovvero più di 6,8 milioni di voti che potrebbero essere decisivi. L’elettorato di Hamon dovrebbe convergere di natura su Macron, anche se rischia di portare un contributo di poco superiore rispetto a quello di Dupont-Aignan. In tutto ciò, comunque, è meglio che Hollande stia nell’ombra perchè con i suoi indici di gradimento rischia di allontanare più voti di quanti ne porti.

La distinzione destra-sinistra è definitivamente superata, è una rivoluzione che arriva anche in Francia dove per la prima volta nella Quinta Repubblica non accedono al ballottaggio nè i Republicains (ex UMP) nè il Parti Socialiste, ma candidati alternativi ai quali gli altri, le vittime del cambiamento socio-politico avvenuto con loro al potere, cercano di accostarsi sia nella politica interna sia in quella estera: tipico è l’esempio del PD che supportava da sempre Macron anzichè il suo storico e naturale alleato Hamon (PS). La nuova distinzione la chiamano in diversi modi, io la identifico in global contro local.

Tutto è ancora aperto per il 7 maggio, calcolando anche che Macron non ha un partito che gli porta voti “storici” e “sicuri” nè al ballottaggio nè tanto meno alle importantissime elezioni legislative di giugno, che rischiano di far precipitare la Francia nella coabitazione. E sarebbe anche l’ultima possibilità per i partiti tradizionali di restare a galla nel sistema.

Un Pennsylvania Path per Marine Le Pen?

Le Pen 2017

Marine Le Pen può vincere le elezioni francesi. Non solo il primo turno, dove potrebbe anche arrivare seconda, ma pure il ballottaggio diventando così il 25° Presidente della Repubblica Francese.

Affermo ciò basandomi su quella che io chiamo “socio-psefologia“, che mi ha portato l’8 novembre 2016 (in realtà un po’ prima) a determinare il vincitore delle elezioni USA basandomi non soltanto sugli aridi dati, ma integrandoli con i flussi elettorali e soprattutto con un’analisi del contesto sociale attuale.

Questo mio modello l’ho soprannominato “Pennsylvania Path“, perchè dimostravo come Trump potesse vincere – secondo i miei calcoli e le mie analisi – anche perdendo in Florida; cioè vincendo in Pennsylvania. La scelta non era casuale, sai per l’elevato numero di grandi elettori in palio, sia perchè era uno degli Stati più in bilico, dato alla Clinton da quei sondaggi che criticai anche in una presentazione all’Università della Valle d’Aosta poichè secondo il mio parere non tenevano in conto di due cose: il trend e soprattutto la spinta e la motivazione degli elettori, ovvero la differenza fondamentale tra il dire di voler votare per un candidato e il farlo davvero a distanza del tempo trascorso dal sondaggio, senza contare la percentuale di restii ad esporsi verso un candidato dipinto e visto così negativamente dalla società, ma finendo inevitabilmente trascinato, soprattutto nelle ultime ore e nel momento del voto, da quella stessa società a votare per il candidato che riusciva ad offrire un motivo in più per assegnare il voto. La vera sorpresa, che mi ha spinto a teorizzare il modello, è stato il fatto che Trump ottenne il numero richiesto di grandi elettori necessario proprio vincendo in Pennsylvania. E l’ha fatto seguendo il mio modello: la Clinton ha registrato un risultato peggiore di Obama non riuscendo a portare alle urne tutto il suo potenziale elettorato, mentre Trump ha fatto meglio di Romney strappando lo Stato ai Democratici dopo 28 anni e soprattutto ottenendo i fondamentali 20 grandi elettori (che gli avrebbero concesso di vincere appunto perdendo anche in Florida).

Ora che ho ideato questo modello, noto che può essere utilizzato anche in Francia. Infatti, il ballottaggio è una sfida a due dove vince chi porta più sostenitori a votare, come succede di solito nelle democrazie in base ai vari sistemi elettorali. Gli avversari della Le Pen sono facilmente ascrivibili all’establishment molto criticato da Trump, e non sono così forti in quanto: Macron non ha un partito e ciò può essere letale in quanto manca un’organizzazione radicata sul territorio che possa far fronte a 15 giorni di campagna elettorale stremante, e ha un programma molto debole e spoglio che può metterlo in difficoltà in un dibattito che vada più nello specifico; Fillon è sovrastato da scandali che le permettono a malapena di galleggiare; Melenchon ha raggiunto il massimo del suo bacino di voti perchè li pesca soltanto dal disintegrato PS ai minimi storici del povero Hamon che, essendo anche un esponente della sinistra del partito, si vede il partito svuotato da sinistra appunto da Melenchon – che raggiungerà il massimo storico e per ora possibile – e da destra da Macron, sostenuto da Valls ed espressione di un centro-sinistra che potrebbe però risentire dell’etichetta di establishment per essere stato il ministro dell’Economia di Hollande. Non un bel biglietto da visita per quello che potrebbe essere il rivale della Le Pen. Melenchon invece non sembra in grado di poter erodere il consenso del centro e della destra e quindi la sua percentuale è probabilmente già satura, ai danni infatti del PS.

Si prospetta dunque una sfida molto simile a quella USA di 5 mesi fa, e gli ultimi fatti potrebbero spingere l’elettorato della Le Pen alla convinzione di andare alle urne e votare per lei, in maggior parte per gli attacchi terroristici in patria degli ultimi giorni in particolare ma non solo, e anche per contesti regionali come l’immigrazione o internazionali come la minaccia islamica e l’avversione alle istituzioni UE. Calcolando che l’elettorato più deciso, stando ai sondaggi, è quello della Le Pen, con il 70% degli intervistati che si dicono decisi della scelta a fronte del 55% dell’elettorato di Macron e Fillon, con questi numeri la vittoria della Le Pen è possibile. Sempre per il modello denominato “Pennsylvania Path”, o “socio-psefologico”.

La svendita del M5S all’UE

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Venerdì il Parlamento europeo ha posto fine al blocco che aveva imposto per la prima metà della legislatura al Movimento 5 Stelle: l’eurodeputata Laura Ferrara è stata eletta vicepresidente della commissione Giustizia del parlamento europeo. Niente di male, soprattutto in vista ed in conseguenza delle giravolte grilline sull’Europa, passando dall’essere anti-UE ed anti-euro a bramare un’alleanza con i più europeisti di tutti: gli eurofanatici dell’ALDE. La stranezza è che, guarda caso, il giorno prima l’Europarlamento ha revocato l’immunità a Marine Le Pen proprio grazie alla mozione della Ferrara.

Se l’eurodeputata fosse di una altro partito, sarebbe sufficiente per far gridare al complotto Grillo dal suo blog. Invece questa volta la tirata di orecchie arriva dal mio.

Infatti, a inizio legislatura gli altri eurodeputati avevano negato ai colleghi del M5S non solo la possibilità di essere eletti come vicepresidenti dell’Aula, ma anche come presidenti o vice nelle commissioni parlamentari e addirittura fu impedito loro di ottenere anche la guida di una semplice delegazione. Ma si vede che il corteggiamento ai paladini dell’euro e dell’UE e la mossa per cercare di mettere un bastone tra le ruote alla cavalcata della Le Pen in Francia hanno fatto cambiare idea sul loro conto. Almeno se l’elezione o la mozione contro Marine fossero avvenute ad una distanza un pochino maggiore, ci sarebbero stati meno dubbi in merito ad una vera e propria svendita di ideali in cambio di poltrone, della quale peraltro nessun giornalista o analista sembra essersene accorto.

La commissione Giustizia ha, guarda caso, anche il delicato compito di esaminare le richieste di immunità parlamentare presentate dai deputati”, ha ammesso proprio la Ferrara, dimostrando tutto l’acume dei 5 Stelle.

@AlessioErcoli

Due Vaffa e due misure

Fino a qualche settimana fa pensavo che i grillini non avessero una politica da perseguire, ma mi sbagliavo. Di recente ho scoperto che una politica ce l’hanno, quella del “due Vaffa e due misure”.
La storia ormai la sanno tutti: la consigliera comunale nonchè ex candidata sindaco di Biella, Antonella Buscaglia, se la prende con quelli che tirano un sospiro di sollievo per la fine del pericolo posto in essere dal terrorista Anis Amri e, mentre il poliziotto che ha rischiato la vita per salvare quella di altre potenziali vittime del jihadista armato a Sesto San Giovanni viene ricoverato in ospedale a causa del conflitto a fuoco, da Biella la Buscaglia scrive un post (quello nell’immagine sopra) nel quale definisce le persone felici per l’epilogo di quei giorni terribili e per la salvezza dell’agente dei “falsi”. Ma non si ferma qui. Dichiara che il poliziotto ha fatto “SOLTANTO” (scritto proprio in stampatello) il suo dovere, come se ogni poliziotto sia diventato tale per vocazione di uccidere e se non ammazzi un terrorista ma fai solo “multe e dirigi il traffico” allora non svolgi bene il tuo dovere di poliziotto.

Ma la ciliegina dell’incoerenza arriva alla fine, quando esprime a tutti i lettori del social un “mavaffanculovà”. Ora, l’incoerenza diventa perfetta coerenza, quasi linea politica, se si pensa che è un esponente del M5S e deve seguire gli insegnamenti del leader/megafono del Movimento, che ha fatto la fortuna politica con gli insulti e appunto con i Vaffa, arrivando perfino ad istituire il “Vaffa day”! Ma per i 5 Stelle gli insulti vanno bene solo se sono rivolti ad esponenti di altri partiti e quindi corrotti e marci, mentre loro essendo puri e casti non si possono toccare, neanche usando il mezzo preferito del M5S, che l’ha aiutato e non poco nella scalata a quel potere che dicono di voler combattere… fino a quando non lo raggiungono. Ma come? Ora la Buscaglia querela 795 persone perchè hanno fatto esattamente quello che i grillini fanno quotidianamente, ovvero lanciare insulti sulla rete e sui social? Suvvia, un po’ di intelligenza: se non si è capaci di affrontare un dibattito politico senza ripararsi per le vie legali (altra stranezza tutta 5 Stelle) perlomeno si pensi che tutti quelli che, leggendo il suo post, si sono sentiti racchiusi nella categoria che lei definisce dei “falsi”, potrebbero querelarla. Sia per diffamazione sia per l’insulto del “mavaffanculovà” che però se è a 5 Stelle va bene.

Se quando la tua politica, sopportata dagli avversari, ti viene usata contro e la reazione è querelare tutti, allora è meglio non fare più politica.

@AlessioErcoli

La vittoria di Wilders salverebbe la democrazia

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Geert Wilders è un politico olandese, leader del Partito per la Libertà (PVV), costretto a spostarsi unicamente con una scorta dopo essere stato più volte minacciato di morte per le sue posizioni contro l’Islam, candidato alle elezioni legislative del 15 marzo con un programma a metà tra il progressismo e il nazionalismo soprattutto per quanto riguarda l’adozione di una moneta olandese, l’uscita dell’Unione Europea e una forte stretta sull’immigrazione clandestina, con l’espulsione prevista per gli immigrati che delinquono ed il divieto dell’uso del burqa e della macellazione halal islamica.

Su queste proposte si può essere d’accordo o meno, ma non si può essere d’accordo sul fatto che Wilders non possa più partecipare ad eventi ed incontri pubblici della campagna elettorale dopo che i servizi olandesi hanno scoperto che un agente di origini marocchine, incaricato alla bonifica dei luoghi dove Wilders teneva i comizi, condivideva informazioni riservate ad un gruppo di criminali marocchino-olandesi.

Troppo spesso si parla di democrazia valicando di molto il confine elastico della sua definizione che, sebbene non sia unanime, è racchiusa molto bene negli universali procedurali di Bobbio. Uno di essi è la condizione di pluralismo politico, che prevede che “tutti coloro che godono dei diritti politici debbono essere liberi di poter votare secondo la propria opinione formatasi il più liberamente possibile cioè una libera gara tra gruppi politici organizzati in concorrenza fra loro “. Ora viene da chiedersi come possano tutti gli olandesi formarsi potenzialmente una opinione in modo libero, se uno dei candidati in corsa è impossibilitato nel poter svolgere comizi e qualsiasi incontro pubblico, non solo perchè non tutti fanno uso di internet, ma soprattutto perchè il fatto di non svolgere attività pubbliche incide di molto sul peso nelle notizie e di conseguenza sulle possibilità di uscire sui media tradizionali, che restano ancora i più seguiti.

Non si tratta quindi solo del diritto di espressione, peraltro già messo alle strette con la condanna a Wilders per aver chiesto agli avventori di un bar se volessero più o meno marocchini in Olanda (dove su 17 milioni di abitanti, 1 milione è immigrato), ma bensì di un cardine sul quale si basa la democrazia a cui fa riferimento la scienza politica e non quella di un manifestante pro Clinton.

Per questo una sua vittoria, che sembra destinata ad essere un primo posto senza vincere di bersaniana memoria, potrebbe riportare ad un percorso democratico perlomeno di peso nella competizione elettorale, perchè se pare impossibile che Wilders diventi capo del governo, è sicuro che nella sua posizione (i sondaggi danno il suo partito in vantaggio sugli oltre 31 in corsa) dovrà svolgere incontri pubblici in vista della formazione del nuovo governo e di conseguenza riacquisire l’eguaglianza di possibilità di intervento e non essere più in una condizione di diseguaglianza rispetto agli altri candidati.

Se si vuole cercare un vulnus alla democrazia nei Paesi Bassi, bisogna focalizzare l’attenzione su questo aspetto.

@AlessioErcoli

Botti di fine anno (e di fine corsa)

Come conseguenza delle accuse di Washington di un hackeraggio ai danni del Partito democratico statunitense e in particolare della candidata Hillary Clinton, finita nella bufera emailgate e nella scoperta di un favoritismo nei suoi confronti ai danni di Bernie Sanders ai tempi delle primarie proprio da parte dell’establishment del comitato democratico, il 29 dicembre il Presidente uscente Obama ha annunciato l’espulsione di 35 diplomatici russi e delle loro famiglie entro 72 ore, ha colpito il FSB e il GRU, ha sanzionato 9 agenzie e ha confiscato due “dacie” ovvero complessi residenziali dell’Ambasciata russa.

Mosca continua a negare ogni coinvolgimento in simili azioni di hackeraggio, e anche se le sanzioni sono state accolte con grande eco dai media USA e anche da alcuni politici repubblicani, la verità è che gli USA non hanno alcuna prova di ciò che affermano.

La risposta della Russia è avvenuta in più fasi: dapprima con una serie di tweet nei quali si faceva cenno ad una violazione del diritto internazionale ed in particolare della Convenzione di Vienna (uscita dal portavoce del Cremlino Peskov e ripresa da WikiLeaks), poi lo stesso Peskov ha dichiarato che le sanzioni non erano considerate semplicemente come un atto ostile. In tutto questo, mentre venne dichiarato che la Russia avrebbe risposto il giorno successivo tramite Maria Zakharova – portavoce del ministero degli Esteri russo – l’Ambasciata russa in UK ha lanciato un tweet che trollava Obama con l’immagine di un’anatra e la scritta “LAME”.

Tutto questo fa sembrare più che il ritorno alla Guerra Fredda, lo spostamento definitivo verso una guerra cybernetica.

Il 30 dicembre, ovvero il giorno successivo, è arrivata la risposta di Putin ed ha spiazzato tutti: nonostante l’ipotesi di Lavrov “occhio per occhio” di espellere 35 diplomatici USA, il Presidente russo ha dichiarato che non solo non espellerà nessuno, ma ha persino invitato le famiglie e i bambini dei diplomatici americani allo spettacolo di fine anno al Cremlino. All la faccia della Clinton che lo tacciava di non avere un cuore…

L’analisi sintetizzata è che la Russia sta vincendo su ogni fronte. Se fosse una partita di calcio sarebbe sul 3-0: vittoria di Trump, situazione favorevole in Siria che la pone come la protagonista della vittoria e ora questa risposta che sul piano delle relazioni internazionali è una batosta politica e morale per Obama.

Obama sta cercando di distogliere l’attenzione dal protagonismo russo in Siria, dove si sta andando verso la vittoria di al-Asad sostenuto dalla Russia e alla sconfitta degli sterili USA, ma dall’altra parte cerca anche di giustificare la sconfitta della Clinton – per la quale si era speso molto in campagna elettorale – passando la patata bollente della colpa del disastro elettorale alla solita Russia, mentre è anche e non poco sua.

Ma le mosse di Obama potrebbero anche essere rivolte a Trump, per indebolirlo ed indurlo ad una scelta tra seguire la linea USA delle sanzioni anti-Russia oppure cambiare registro e policy internazionale. La risposta di Putin ha però messo Obama con le spalle al muro ed aperto una strada per la presidenza di Trump, che si è circondato di persone con ottimi rapporti ed ottime conoscenze del mondo russo.

Come uno che scopre che la fidanzata ha un amante, che preferisce e con il quale vorrebbe avere un futuro, ed allora inizia ad innervosirsi, a tramare, a fargli dispetti, ad escogitare piani per rendergli la vita difficile. Così si sta comportando Obama, concludendo la sua presidenza nel modo peggiore, calcolando anche le sue mosse con Israele che hanno causato una rottura dei rapporti ed una dichiarazione di Netanyahu nella quale, come d’altronde Putin, dichiara di aspettare la presidenza Trump per ripristinare o rivedere i rapporti con gli USA.

Nel G7 del 26 maggio a Taormina, l’Italia può svolgere un ruolo di pivot tra gli USA e la Russia. Putin nel messaggio di fine anno ha invitato Mattarella a Mosca, e Gentiloni è sicuramente più adeguato di Renzi a svolgere un compito che potrebbe essere rivoluzionario.

Il premio Nobel per la Pace più immeritato della storia – Obama – ci sta portando al sesto capitolo della Guerra Fredda: il conflitto cybernetico.

Gli americanisti dovrebbero essere contenti della sconfitta della Clinton, perché con Trump gli USA hanno l’ultima opportunità di contare ancora qualcosa a livello internazionale. Prima che la Russia diventi seriamente una potenza semi-egemone.

La politica geostrategica di Trump tra Cina e Taiwan


Solo un ingenuo può pensare che l’incidente diplomatico tra il presidente eletto Trump e il presidente taiwanese Tsai Ying-wen sia davvero un incidente. Il team di Trump non è costituito da inesperti o incompetenti, come pure autorevoli giornalisti scrivono, ma da esperti strateghi conoscitori delle relazioni internazionali e da visionari che provano ad intraprendere una strada diversa in questa relazione, che soltanto alcuni studiosi di politica internazionale e geopolitica sembrano comprendere.

Risulta evidente che ovviamente non sia stato Trump a telefonare al presidente taiwanese – come erroneamente più volte riportato da autorevoli periodici – ma che al contrario la chiamata l’abbia ricevuta. Ma anziché proseguire sulla “one China policy” che prevede il riconoscimento di un Paese e due sistemi, per il quale solo la Repubblica popolare cinese è riconosciuta e solo con essa si possono avere contatti ufficiali, mentre la Repubblica di Cina (ovvero Taiwan) va bene sono per commerciare – preferibilmente armi – Trump ha alzato la cornetta, facendo saltare sulla sedia politici e diplomatici di tutto il mondo. Ma la sua giustificazione per la prima volta rende possibile porre al centro del dibattito internazionale la condizione di svantaggio di Taiwan, che si trova ad essere isolata dalla società internazionale, senza capire appunto “perché si possono stringere accordi con essa ma non dialogare?”

Questa strategia geopolitica di Trump e dei suoi consiglieri più fidati si lega con i rapporti che il magnate già intratteneva con quello Stato de facto e con la visita di Reince Priebus (presidente del partito Repubblicano e ora capo di Gabinetto di Trump) a Tsai Ying-wen avvenuta qualche mese fa. Ma andando più in profondità, risulta evidente che il fine è quello di tastare il terreno per provare a vedere le prime reazioni della Cina al tentativo degli nuovi USA made in Trump, che mirano a frenare l’avanzata cinese e la delocalizzazione delle imprese USA in Cina. Con questa risposta, Trump ha legittimato Taiwan e ha ammesso l’esistenza di un’altra Cina: quella di Chiang Kai-shek espulsa dall’ONU nel 1971, accusata di occupare un seggio illegale.

Infatti, tutto iniziò con la risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite numero 2758 del novembre 1971, che stabiliva la Repubblica popolare cinese come unico interlocutore e unico rappresentante della Cina. Questa politica venne portata avanti dal Presidente Nixon e progettata da Kissinger, ed ebbe come conseguenza quella di creare le fondamenta per lo sviluppo economico e sociale della Cina. Quello stesso sviluppo che ora Trump vuole rallentare poichè mina le aziende e di conseguenza l’economia dell’America che vuole rendere Great Again, e per farlo deve innanzitutto indebolire il nemico numero 1.

Trump ha basato la sua campagna elettorale sul riportare lavoro e imprese negli USA, e nel trattenere quelle che vorrebbero andarsene, allettate da tasse più basse e minori costi derivanti dallo sfruttamento della manodopera. Ora ha trovato, nel Taipei che vuole riallacciare i rapporti con Washington in risposta alle ultime politiche del pre-Obama, un appoggio per minare lo status quo delle relazioni geostrategiche e provare a trarne vantaggio. 

D’altronde, cosa ci si aspettava? Il gioco dei nervi è appena iniziato, ancora prima dell’insediamento ufficiale. Tenetevi forte.