Midterm: l’effetto Kavanaugh spinge il GOP alla conferma del Congresso

Midterm: l’effetto Kavanaugh spinge il GOP alla conferma del Congresso

Dopo il voto del Senato e la cerimonia di investitura di Brett Kavanaugh a giudice della Corte Suprema, numerosi analisti hanno ipotizzato che la spaccatura tra Democratici e Repubblicani dopo le accuse di violenze sessuali nei suoi confronti potessero spingere l’elettorato Dem ad andare a votare con maggiore slancio alle elezioni di midterm del 6 novembre. L’effetto del post Kavanaugh, secondo le teorie più accreditate, dovrebbe alimentare l’attesa blue wave che permetterebbe ai Dem di riottenere il controllo del Congresso o perlomeno della Camera dei rappresentanti. Ma sarà davvero così? Secondo l’analisi dei sondaggi non parrebbe, anzi tutto tende alla conclusione che la vera spinta della vicenda Kavanaugh abbia rafforzato i candidati GOP, aumentando le possibilità di Trump di mantenere la maggioranza sia al Senato sia alla Camera.

Una prima avvisaglia sarebbe dovuta arrivare dal seggio per il Senato del Tennessee, passato dal +5% Dem al +18% GOP mentre si credeva che l’endorsement di Taylor Swift avesse incentivato gli elettori Democratici ad iscriversi per il voto. Invece, dopo l’investitura di Kavanaugh lo Stato ha switchato, come si dice in gergo elettorale, ovvero è passato da tendente Dem a tendente GOP. Lo stesso è avvenuto in Missouri e Florida, mentre nelle ultime ore la candidata McSally (R) ha compiuto il sorpasso sulla Sinema (D) in Arizona. Parallelamente, il partito Repubblicano ha aumentato il proprio margine di vantaggio in Texas e North Dakota. Questo quadro porta all’attuale previsione del risultato delle elezioni di midterm per il Senato ad un 23-12 per i Democratici, che però non deve ingannare: dei 35 Stati che andranno al voto, 26 erano Dem e soltanto 9 GOP. Questo vuol dire che Trump otterrebbe 3 seggi in più al Senato spostando l’equilibrio attuale di 51-47 a 54-46, rafforzandosi. Con questi numeri, il partito Repubblicano si deve concentrare (quasi) solo sui seggi della Camera.

Qui i giochi si fanno più duri per Trump. Tuttavia, dopo l’approvazione della nomina di Kavanaugh, parecchi distretti congressuali sono passati da blu a rossi. Gli ultimi più eclatanti, in ordine di tempo, sono Kansas 03, New Jersey 03, Minnesota 08, Florida 26, New York 22 e West Virginia 03. Nel distretto congressuale KS03 si è passati dal +6% Dem del 3 ottobre al +3% GOP del 5 ottobre, il giorno in cui è iniziata la discussione al Senato per la conferma della nomina di Kavanaugh. Nel NJ03, il 27 settembre i Dem conducevano per 10 punti percentuali, mentre il 16 ottobre erano i Repubblicani avanti di 2 punti. Nel MN08 si è addirittura passati dal +1% Dem del 4 ottobre in eredità dal 13 settembre, al +15% GOP del 16 ottobre in un sondaggio Siena Research per il NYT. Il FL26 è tornato tendente rosso dopo essere passato blu il 21 settembre: il 5 ottobre i Democratici erano ancora davanti di 2 punti percentuali, ma il 16 ottobre un nuovo sondaggio ha riportato in testa i Repubblicani anche se per un solo punto percentuale. L’ultimo sondaggio per il NY22 risaliva al 30 agosto, quando i Democratici primeggiavano per 2 punti percentuali, ma una nuova inchiesta del 17 ottobre rileva il sorpasso dei Repubblicani anche qui di un punto percentuale. Infine, i Repubblicani si riprendono anche il WV03: assegnato ai Democratici dal 21 settembre (+4%), torna ora verso il GOP secondo un sondaggio Monmouth (+3%).

Midterm 2018 red wave

Ovviamente, non ci sono solo distretti congressuali che passano dal tendente Dem al tendente GOP, e ne rimangono molti non soltanto Toss Up (in bilico), ma addirittura che vedono candidati Democratici in vantaggio in distretti dove dovrebbero vincere i Repubblicani. Un esempio su tutti per i primi è il Nevada 04 (NV04), ballerino tra rosso e blu e che infatti è passato dal +4% GOP del 13 ottobre al +2 Dem del 16, smentendo perlomeno qui un effetto Kavanaugh a favore di Trump. Per i secondi, emblematico è il caso dello Utah 04 (UT04): nello Stato che per il seggio del Senato vede l’ex candidato alla presidenza Romney (R) con un vantaggio che sfiora il 40%, in questo distretto congressuale l’uscente (incumbent) Repubblicano ultimamente sta faticando a mantenere il seggio e per ora la sfida è data “tie”, come si suol dire in presenza di un pareggio nei sondaggi.

Queste variazioni, comunque, dimostrano che non siamo in presenza di una blue wave, anzi l’effetto Kavanaugh ha causato quella che si potrebbe definire una contro-red wave: dopo il 7 ottobre – il giorno della cerimonia di investitura di Kavanaugh – i candidati repubblicani hanno recuperato terreno in molti distretti congressuali chiave, spostando la bilancia da una possibile rimonta blu ad una ulteriore, e scioccante, onda rossa negli Stati più incerti e nei quali ci si gioca la Camera. Secondo le mie proiezioni attuali, i Repubblicani vincerebbero infatti 41 distretti chiave a fronte dei 25 Democratici​​. A pesare su questa debacle, c’è anche il fatto che i candidati Dem non riescono a portare via distretti congressuali ai Repubblicani con la stessa intensità, e continuano a restare dietro in Arizona 02 (AZ02) e Florida 27 (FL27), due distretti con candidati uscenti Dem. Il GOP, invece, nonostante le teorie (a quanto pare smentite) su Kavanaugh, ha continuato a “rubare” distretti colorando la mappa ancora più di rosso: ad ora, secondo gli ultimi sondaggi, i Democratici avrebbero appena la maggioranza alla Camera con 218 rappresentanti (su 218 richiesti, essendo 435 i membri), mentre i Repubblicani ne otterrebbero 214. Quelli che rimangono Toss Up sono 3 (CA10, IA03 e UT04) e diventano determinanti per Trump se vuole mantenere la maggioranza anche alla Camera. Intanto, Kavanaugh gli ha dato una mano.

 

Articolo apparso per la prima volta su https://mondointernazionale.com/

Annunci

Cosa ci insegna la strepitosa vittoria di Pè a Corsica

Cosa ci insegna la strepitosa vittoria di Pè a Corsica

La strepitosa vittoria dei nazionalisti corsi di Pè a Corsica ci insegna 3 cose:
1) Il cleavage (la frattura) maggiore attuale si conferma tra local e global, tra l’autonomismo tendente all’indipendentismo e il globalismo tendente al mondialismo.
2) Quello che definii qualche settimana fa “treno dell’indipendenza” aggiunge un “vagone”: dopo Scozia, Kurdistan iracheno, Republika Srpska, Vojvodina e la locomotiva Catalunya, ora la Corsica.
3) Per arrivare all’indipendenza serve avere un tessuto socio-politico saldo, sicuro e fedele. Per questo i vincitori, Gilles Simeoni e Jean-Guy Talamoni, due veri lupi politici, propongono per ora l’amnistia per i «prigionieri politici», l’ufficialità della lingua corsa e il riconoscimento dello status di residente corso per opporsi alla compravendita di terreni sull’isola ed evitare speculazioni immobiliari. Con queste misure, andrebbero a sanare i maggiori problemi dell’isola e ad aumentare i consensi, costituendo la base per passare allo step successivo. D’altronde, le modifiche rivoluzionarie avvengono per transizioni. Bisogna sapere crearne le condizioni…

Rivoluzione francese

Il primo turno delle elezioni francesi ci ha portato una conferma: è definitivamente conclusa la distinzione destra-sinistra per definire i due campi delle sfide elettorali e politiche.

Come si è potuto notare bene soprattutto in Austria, i partiti tradizionali al potere da decenni e che siamo abituati vedere l’uno governare e l’altro essere a capo della minoranza, sono ora entrambi esclusi ai ballottaggi, fuori dai giochi, minoranza erosa in uno scenario totalmente nuovo, che vede ora da una parte i localisti e dall’altra i globalisti, da una parte gli anti-sistema e dall’altra il sistema stesso (il cosiddetto “establishment“). I lavoratori, i giovani e le classi più colpite dalla crisi abbandonano o escludono i partiti storici per dare la loro preferenza a chi si fa portatore di queste istanza, indipendentemente dal fatto che siano favoriti od ostacolati dalla stampa.

È successo anche in Francia, e se i Repubblicani possono incolpare la stampa e le inchieste giudiziarie come il “Penelope gate”, i socialisti possono incolpare solo loro stessi e devono essere consapevoli che Hollande ha grandi responsabilità dell’esclusione del PS al 6%, anche se la grande fetta di responsabilità ce l’hanno i detentori del potere nel sistema europeo, che tengono in scacco i governi nazionali che la Le Pen vuole liberare.

Ecco che l’endorsement di Juncker, Merkel e Mogherini (ma non dovrebbe essere imparziale?) a Macron, conferma che è il perfetto successore di Hollande, del quale fu appunto Ministro dell’Economia. Dato che sapevano già della disfatta del Parti Socialiste, ora si rifugiano tutti assieme da lui, come in un minestrone; ma più appoggio gli offrono e più dichiarazioni di apprezzamento pronunciano, più Macron rischia di essere visto parte di quell’establishment che Le Pen promette di combattere, come avvenne negli USA tra Trump e la Clinton ed in Olanda tra Wilders e Rutte.

Invece, il sostengo lampo di Fillon a Macron è chiaramente in vista delle legislative di giugno, quando il Presidente dovrà nominare il Primo Ministro, che è il detentore del vero potere. Il problema è che un vero gollista non può votare un ex ministro di Hollande, e la scelta più coerente è votare Marine non solo per gli elettori repubblicani, ma anche per Fillon stesso, che arriva da una gioventù gollista sociale ed euroscettica che è l’esatto opposto rispetto a Macron.

L’incoerenza del sostegno indotto di Fillon verso il favorito 39enne fino a 3 anni fa sconosciuto di En Marche è emersa dopo qualche minuto, quando Macron ha esclamato che sarà il Presidente contro i nazionalismi… non credo che i gollisti l’abbiano presa molto bene. In questo senso è stato molto più intelligente Melenchon, che ha salvato capra e cavoli senza dichiarare un appoggio a nessuno e mantenendo quindi libero il suo partito e sicuro l’elettorato raggiunto (la maggior parte dei lavoratori votano Le Pen); perchè il PM lo elegge comunque il Parlamento.

Per quanto riguarda il ballottaggio, invece, c’è un dato straordinario e che nessuno sta prendendo in considerazione: il quasi 5% del sovranista (quindi localistaDupont-Aignan e soprattutto i suoi 1,6 milioni di voti, che lo pongono in sesta posizione appena dietro ad Hamon del PS. Questi sono voti potenziali per il Front National. Non andranno di certo tutti alla Le Pen, ma nessuno andrà a Macron.

Secondo alcuni analisti, i voti presi ora da Fillon si tripartiranno equamente tra astensione, Macron e Le Pen (e qui emerge il calcolo dell’endorsement, che a breve tempo può funzionare ma a lungo tempo è pericoloso). La previsione più interessante resta comunque vedere dove andrà il voto di Melenchon, ovvero più di 6,8 milioni di voti che potrebbero essere decisivi. L’elettorato di Hamon dovrebbe convergere di natura su Macron, anche se rischia di portare un contributo di poco superiore rispetto a quello di Dupont-Aignan. In tutto ciò, comunque, è meglio che Hollande stia nell’ombra perchè con i suoi indici di gradimento rischia di allontanare più voti di quanti ne porti.

La distinzione destra-sinistra è definitivamente superata, è una rivoluzione che arriva anche in Francia dove per la prima volta nella Quinta Repubblica non accedono al ballottaggio nè i Republicains (ex UMP) nè il Parti Socialiste, ma candidati alternativi ai quali gli altri, le vittime del cambiamento socio-politico avvenuto con loro al potere, cercano di accostarsi sia nella politica interna sia in quella estera: tipico è l’esempio del PD che supportava da sempre Macron anzichè il suo storico e naturale alleato Hamon (PS). La nuova distinzione la chiamano in diversi modi, io la identifico in global contro local.

Tutto è ancora aperto per il 7 maggio, calcolando anche che Macron non ha un partito che gli porta voti “storici” e “sicuri” nè al ballottaggio nè tanto meno alle importantissime elezioni legislative di giugno, che rischiano di far precipitare la Francia nella coabitazione. E sarebbe anche l’ultima possibilità per i partiti tradizionali di restare a galla nel sistema.

Un Pennsylvania Path per Marine Le Pen?

Le Pen 2017

Marine Le Pen può vincere le elezioni francesi. Non solo il primo turno, dove potrebbe anche arrivare seconda, ma pure il ballottaggio diventando così il 25° Presidente della Repubblica Francese.

Affermo ciò basandomi su quella che io chiamo “socio-psefologia“, che mi ha portato l’8 novembre 2016 (in realtà un po’ prima) a determinare il vincitore delle elezioni USA basandomi non soltanto sugli aridi dati, ma integrandoli con i flussi elettorali e soprattutto con un’analisi del contesto sociale attuale.

Questo mio modello l’ho soprannominato “Pennsylvania Path“, perchè dimostravo come Trump potesse vincere – secondo i miei calcoli e le mie analisi – anche perdendo in Florida; cioè vincendo in Pennsylvania. La scelta non era casuale, sai per l’elevato numero di grandi elettori in palio, sia perchè era uno degli Stati più in bilico, dato alla Clinton da quei sondaggi che criticai anche in una presentazione all’Università della Valle d’Aosta poichè secondo il mio parere non tenevano in conto di due cose: il trend e soprattutto la spinta e la motivazione degli elettori, ovvero la differenza fondamentale tra il dire di voler votare per un candidato e il farlo davvero a distanza del tempo trascorso dal sondaggio, senza contare la percentuale di restii ad esporsi verso un candidato dipinto e visto così negativamente dalla società, ma finendo inevitabilmente trascinato, soprattutto nelle ultime ore e nel momento del voto, da quella stessa società a votare per il candidato che riusciva ad offrire un motivo in più per assegnare il voto. La vera sorpresa, che mi ha spinto a teorizzare il modello, è stato il fatto che Trump ottenne il numero richiesto di grandi elettori necessario proprio vincendo in Pennsylvania. E l’ha fatto seguendo il mio modello: la Clinton ha registrato un risultato peggiore di Obama non riuscendo a portare alle urne tutto il suo potenziale elettorato, mentre Trump ha fatto meglio di Romney strappando lo Stato ai Democratici dopo 28 anni e soprattutto ottenendo i fondamentali 20 grandi elettori (che gli avrebbero concesso di vincere appunto perdendo anche in Florida).

Ora che ho ideato questo modello, noto che può essere utilizzato anche in Francia. Infatti, il ballottaggio è una sfida a due dove vince chi porta più sostenitori a votare, come succede di solito nelle democrazie in base ai vari sistemi elettorali. Gli avversari della Le Pen sono facilmente ascrivibili all’establishment molto criticato da Trump, e non sono così forti in quanto: Macron non ha un partito e ciò può essere letale in quanto manca un’organizzazione radicata sul territorio che possa far fronte a 15 giorni di campagna elettorale stremante, e ha un programma molto debole e spoglio che può metterlo in difficoltà in un dibattito che vada più nello specifico; Fillon è sovrastato da scandali che le permettono a malapena di galleggiare; Melenchon ha raggiunto il massimo del suo bacino di voti perchè li pesca soltanto dal disintegrato PS ai minimi storici del povero Hamon che, essendo anche un esponente della sinistra del partito, si vede il partito svuotato da sinistra appunto da Melenchon – che raggiungerà il massimo storico e per ora possibile – e da destra da Macron, sostenuto da Valls ed espressione di un centro-sinistra che potrebbe però risentire dell’etichetta di establishment per essere stato il ministro dell’Economia di Hollande. Non un bel biglietto da visita per quello che potrebbe essere il rivale della Le Pen. Melenchon invece non sembra in grado di poter erodere il consenso del centro e della destra e quindi la sua percentuale è probabilmente già satura, ai danni infatti del PS.

Si prospetta dunque una sfida molto simile a quella USA di 5 mesi fa, e gli ultimi fatti potrebbero spingere l’elettorato della Le Pen alla convinzione di andare alle urne e votare per lei, in maggior parte per gli attacchi terroristici in patria degli ultimi giorni in particolare ma non solo, e anche per contesti regionali come l’immigrazione o internazionali come la minaccia islamica e l’avversione alle istituzioni UE. Calcolando che l’elettorato più deciso, stando ai sondaggi, è quello della Le Pen, con il 70% degli intervistati che si dicono decisi della scelta a fronte del 55% dell’elettorato di Macron e Fillon, con questi numeri la vittoria della Le Pen è possibile. Sempre per il modello denominato “Pennsylvania Path”, o “socio-psefologico”.

La vittoria di Wilders salverebbe la democrazia

geert-wilders-democracy

Geert Wilders è un politico olandese, leader del Partito per la Libertà (PVV), costretto a spostarsi unicamente con una scorta dopo essere stato più volte minacciato di morte per le sue posizioni contro l’Islam, candidato alle elezioni legislative del 15 marzo con un programma a metà tra il progressismo e il nazionalismo soprattutto per quanto riguarda l’adozione di una moneta olandese, l’uscita dell’Unione Europea e una forte stretta sull’immigrazione clandestina, con l’espulsione prevista per gli immigrati che delinquono ed il divieto dell’uso del burqa e della macellazione halal islamica.

Su queste proposte si può essere d’accordo o meno, ma non si può essere d’accordo sul fatto che Wilders non possa più partecipare ad eventi ed incontri pubblici della campagna elettorale dopo che i servizi olandesi hanno scoperto che un agente di origini marocchine, incaricato alla bonifica dei luoghi dove Wilders teneva i comizi, condivideva informazioni riservate ad un gruppo di criminali marocchino-olandesi.

Troppo spesso si parla di democrazia valicando di molto il confine elastico della sua definizione che, sebbene non sia unanime, è racchiusa molto bene negli universali procedurali di Bobbio. Uno di essi è la condizione di pluralismo politico, che prevede che “tutti coloro che godono dei diritti politici debbono essere liberi di poter votare secondo la propria opinione formatasi il più liberamente possibile cioè una libera gara tra gruppi politici organizzati in concorrenza fra loro “. Ora viene da chiedersi come possano tutti gli olandesi formarsi potenzialmente una opinione in modo libero, se uno dei candidati in corsa è impossibilitato nel poter svolgere comizi e qualsiasi incontro pubblico, non solo perchè non tutti fanno uso di internet, ma soprattutto perchè il fatto di non svolgere attività pubbliche incide di molto sul peso nelle notizie e di conseguenza sulle possibilità di uscire sui media tradizionali, che restano ancora i più seguiti.

Non si tratta quindi solo del diritto di espressione, peraltro già messo alle strette con la condanna a Wilders per aver chiesto agli avventori di un bar se volessero più o meno marocchini in Olanda (dove su 17 milioni di abitanti, 1 milione è immigrato), ma bensì di un cardine sul quale si basa la democrazia a cui fa riferimento la scienza politica e non quella di un manifestante pro Clinton.

Per questo una sua vittoria, che sembra destinata ad essere un primo posto senza vincere di bersaniana memoria, potrebbe riportare ad un percorso democratico perlomeno di peso nella competizione elettorale, perchè se pare impossibile che Wilders diventi capo del governo, è sicuro che nella sua posizione (i sondaggi danno il suo partito in vantaggio sugli oltre 31 in corsa) dovrà svolgere incontri pubblici in vista della formazione del nuovo governo e di conseguenza riacquisire l’eguaglianza di possibilità di intervento e non essere più in una condizione di diseguaglianza rispetto agli altri candidati.

Se si vuole cercare un vulnus alla democrazia nei Paesi Bassi, bisogna focalizzare l’attenzione su questo aspetto.

@AlessioErcoli

LA VITTORIA DI TRUMP TRA PERDENTI E DOMANDE

trump-and-obama

9 novembre 2016. Non un giorno qualsiasi, non un anno qualsiasi. Ma il giorno e l’anno in cui è stato eletto 45° Presidente degli Stati Uniti d’America Donald John Trump. Una vittoria inaspettata dalla maggior parte degli esperti e da chi non vive negli USA, tra wishful thinking e comunicazione altamente canalizzata, ma alla quale Trump credeva fin dall’inizio e ha creduto fino alla fine. Ma una vittoria che comporta anche 4 categorie di sconfitti:

La prima è quella dei mezzi di comunicazione mainstream, dei media facenti capo all’establishment, che vanno dai quotidiani alle tv, dai giornalisti ai conduttori passando per gli editorialisti. Sembravano i surrogati dei mezzi di campagna elettorale della Clinton. Tutti schierati per la Democratica, a tal punto che sembrava che alcuni articoli o editoriali fossero inviati direttamente dai campaign manager della Clinton ai media che poi li dovevano soltanto pubblicare sulle loro pagine. A questa squadra di mass media schierati per la Clinton, Trump è stato bravo a contrapporre i suoi social media, con una pagina Facebook da 12 milioni e mezzo di “mi piace” e video che raggiungevano 10 milioni di utenti. Con questi numeri che farebbero impallidire l’Huffington Post, il suo communication strategy team ha creato una contro-informazione tale da raggiungere più elettori delle testate giornalistiche più lette.

La seconda categoria racchiude le celebrities che hanno fatto l’endorsement per la Clinton e ne sono uscite miseramente sconfitte, con la prova che spostano zero voti e quindi non fanno la minima presa sul popolo. Anzi, a mio parere il fatto che chi (si) spendeva di più per la Clinton fossero grandi banche e star della tv o musicali ben lontani dai problemi della gente comune, abbia alienato a lei ulteriori fette dell’elettorato, irritati dal vedere che il suo appoggio avveniva in maggior parte da grandi giri di denaro.

Sono stati sconfitti anche i pregiudizi con i quali veniva visto Trump e che erano l’esatto contrario della realtà, montati ad arte dalla macchina del fango che andava a senso unico contro di lui, soltanto perché le sue opinioni e le sue proposte collidevano con la volontà del finto progresso dem-universalista.

Ma il vero sconfitto è l’anatra zoppa Obama, una delle maggiori cause umane della sconfitta della Clinton e soprattutto della vittoria di Trump. Un Presidente che si è speso moltissimo per la candidata Democratica, il che la rendeva agli occhi dell’elettorato – giustamente – molto debole. Ma anche l’artefice di una serie di provvedimenti che hanno causato e in alcuni casi aumentato il malcontento. Per non parlare del cavallo di battaglia di Obama, l’Obamacare: un vero disastro per molti americani che, dopo avergli creduto per due elezioni, hanno voltato le spalle alla sua eredità politica.

Ma dopo l’incredibile vittoria di Trump, sono due le domande che bisogna porsi, al netto di pareri personali o non, che si sono rivelati fallaci:

La prima è se si possa arrivare ad insultare in questo modo un candidato che qualche giorno dopo potrebbe diventare il Presidente di uno dei Paesi più importanti e potenti al mondo, soltanto perché esprime concezioni diverse dalle proprie e le idee in una maniera che non piace. Si può, cioè, insultare pesantemente (come ha fatto il vergognoso Robert De Niro) un potenziale futuro Presidente USA, che un domani potrebbe dover rappresentare l’unità della Nazione e tutti i cittadini? Per giunta definendolo maleducato, rozzo e volgare, salvo poi dirgliene di ben peggio (cane, porco, bastardo…)?

E quanta fiducia possiamo ancora avere nei sondaggisti? Partendo dal presupposto che dei mezzi di comunicazione non ne possiamo avere, perché palesemente pilotati al punto che invece di fare informazione scrivono articoli per indirizzare il pensiero del lettore al loro o verso chi servono, la domanda tragica e finale è: possiamo ancora fidarci di chi dovrebbe usare metodi scientifici ed è considerato tra i maggiori esperti della materia, a volte addirittura un guru, ma poi risulta sbagliare clamorosamente le previsioni delle quali era praticamente sicuro? E se è stato un errore, che può sempre avvenire per carità – tant’è che avevano lasciato un 6% di speranza a Trump (i più ottimisti un 15%) – in questo errore quanto c’è di sbagliato in calcoli in analisi e quanto invece di wishful thinking ovvero di auto convincimento che andrà tutto come si spera e si pensa anche se i dati dicono diversamente, o peggio quanto c’è di ritocchi, modifiche, aggiustamenti, tattica per spostare voti con i sondaggi e i soliti articoli?

Sono questi gli sconfitti e le domande che, a parer mio, ci portano all’uscita di una delle peggiori presidenze USA degli ultimi anni e di una gestione pericolosamente pilotata della comunicazione, e potrebbero portarci verso una maggiore democrazia in un Paese che democratico non lo è stato mai. Comunque la pensiate, lasciate lavorare il Presidente Trump.

Spagna: cause e sviluppi (possibili) dell’impasse politico

1466915869_295178_1466977429_noticia_normal.jpg
Foto da El Pais

Sei mesi fa, sempre di notte, stavo commentando le elezioni generali spagnole. Ero, come sono ora, in sessione esami, ma a differenza di oggi ero a Barcellona e seguivo le elezioni e lo scrutinio con un interesse, un’emozione ed un coinvolgimento ancora maggiori. Ho avuto, allora, la fortuna di trovarmi sul “campo da gioco”, di parlare con la gente, confrontarmi con spagnoli (e catalani) e addirittura partecipare alla campagna elettorale sia agli incontri pubblici sia attivamente. Stasera, invece, ho seguito un po’ sui programmi tv spagnoli che riuscivo a prendere, tipo La1 e TVE24h, ho contattato un mio amico spagnolo, conosciuto durante l’Eramsus a Barcellona e ho letto alcune impressioni soprattutto dalla Catalunya. Queste sono le mie:

Innanzitutto bisogna trovare le cause di questo secondo turno improprio, perchè avvenuto ben 6 mesi dopo il primo: la legge elettorale, strutturata per un bipolarismo e per favorire il bipolarismo stesso; l’incapacità delle forze politiche di scendere a patti perchè da un lato i loro leader non sono abituati e dall’altro sono impauriti dal perdere voti; il rifiuto del Presidente in funzioni Rajoy (PP) di provare l’investitura e il tentativo invece fallito di Sanchez (PSOE) a causa del mancato appoggio di Podemos che ha impedito il raggiungimento dei 176 scranni necessari.

L’analisi dei voti di questa seconda tornata invece ci dice che per prima cosa i vincitori sono Mariano Rajoy e il suo PP, ma che continuano a non raggiungere la maggioranza assoluta di 176 scranni e quindi dovranno allearsi con qualcuno. Le ipotesi sono il PSOE di Sanchez, che ha fatto una cosa incredibile visti i sondaggi, ovvero mantenere il suo partito al primo posto nel centro-sinistra spagnolo, davanti a Podemos dato secondo i sondaggi al 25% e che chiude invece al 21%, mentre il PSOE dato al 21% chiude al 23%; Podemos appunto ma che sembra destinato a rimanere fuori dal governo sia per il fatto di fare paura data la sua percentuale e la sua anti-politica basata molto sull’anti-casta, sia perchè il PSOE, dopo il mancato patto di governo e per non rischiare il sorpasso evitato in questa tornata ma in extremis, non lo vuole e potrebbe avere la forza per tenerlo fuori; infine Ciudadanos, che perde a sorpresa molto non come percentuale (-0,88%) ma come eletti (8 in meno), sempre per colpa della legge elettorale e della ripartizione e allocazione dei seggi. In Catalunya ERC e CDC mantengono gli scranni di dicembre, rispettivamente 8 e 9, ma che sommati a PSOE e Podemos (quest’ultimo favorevole e proponente di un referendum per l’indipendenza della Catalunya) raggiungerebbero solo quota 173, 3 in meno di quelli necessari per formare un governo, ovvero la metà dei 350 totali che formano il Congreso de los diputados (Parlamento). Nei Paesi Baschi il PNV perde uno scranno (da 6 a 5) e questo causa l’impossibilità incredibile di una coalizione PP-C’s-PNV-CC (Canarie) a causa di un solo seggio: 175/176. La politica non è fatta solo di numeri, però sembra che l’unica alleanza possibile sia il classico governo PP-PSOE, magari potenziato con C’s, e con l’astensione di qualche gruppo politico. Però bisogna anche tenere presente che per il PSOE entrare in un governo a guida PP del solito Rajoy dandogli pieno appoggio potrebbe causare il suo suicidio politico. Fatto sta che sono da escludere nuove elezioni sia perchè gli spagnoli potrebbero disertare stanchi ed irritati, sia perchè non è concepibile per la Spagna  – abituata ad andare a dormire sapendo chi governerà dalla mattina seguente – stare per un anno senza governo. Se ora l’affluenza ha tenuto (-3,4%, da 73,2% a 69,8%), forse perchè era la prima volta che si votava in una seconda elezione, forse perchè erano ormai passati 6 mesi dal primo turno – molto di più delle amministrative o delle presidenziali di qualche altro Paese, che causano un’inevitabile crollo della partecipazione, ci sono però stati significativi spostamenti di voti: approssimativamente il PP guadagna rispetto le elezioni del 20 dicembre 2015 690.000 voti (passando da 123 a 137 seggi), il PSOE ne perde 106.000 (da 90 a 85 seggi), Ciudadanos 377.000 (da 40 a 32 seggi) e Unidos Podemos, ovvero Podemos alleatosi questa volta con Izquierda Unida, se si sommano anche tutti i vari pariti delle comunità autonome, sua espressione, perde ben oltre un milione di voti (ma la coalizione ottiene 71 seggi, come la somma dei 69 di Podemos e 2 di Unidad Popular nella quale era presente IU del 2015), come prova che una somma di partiti non corrisponde ad una somma numerica di voti… e neanche di seggi, che dipende in larga parte alla legge elettorale, mentre il risultato dipende da molti fattori molto lontani dall’aritmetica.

I flussi di voto hanno, secondo me, visto confluire i voti di C’s al PP a causa del tentativo dei primi di fare un governo con il PSOE di Sanchez, che ha messo allerta gli elettori di centrodestra, e anche a causa della tattica di Rajoy di puntare sul prendere il voto utile, perchè il PP avrebbe avuto più opportunità di formare un governo e di certo avrebbe avuto più peso politico durante le trattative. Dal centro di C’s non è molto probabile che siano scappati voti al PSOE e ancora meno a Podemos, mentre sembrerebbe che la coalizione Podemos-IU non abbia portato i frutti sperati anzi abbia fatto un enorme buco nell’acqua, perchè al di là dei seggi che rimangono gli stessi e quindi fanno venire meno l’utilità della coalizione, si è perso un milione di voti, e sembra che il PSOE alla fine abbia retto, anzi abbia vinto la sua battaglia personale contro e nella sinistra (+1,5% dagli avversari di Unidos Podemos). Però il risultato negativo in Andalucia (storica roccaforte socialista) e la mappa tutta azzurro PP indicano che forse una piccola trasfusione c’è stata, sempre in nome del voto utile, dopo aver visto che Sanchez non era riuscito a formare il governo. Inoltre la Brexit può aver causato uno stop all’avanzata Podemos-IU in favore invece questa volta proprio del PSOE, dove si sarebbe diretto un elettorato più moderato, più spaventato e più anziano ovvero abituato a votare i partiti tradizionali e sentendosi più al sicuro con loro. I due partiti storici rimangono primo e secondo, con il PP che addirittura guadagna voti (+691.000 voti, +4,3%, +14 seggi), e il PSOE che all’inizio dello scrutinio sembrava incrementare seggi ma che alla fine comunque non perde così tanti voti, soprattutto se paragonati a quelli che perdono assieme Podemos e IU.

In queste condizioni e con un PP che vince in tutte le Comunità autonome tranne nei Paesi Baschi e in Catalunya – che vanno tra l’altro non a partiti indipendentisti ma a Unidos Podemos – il Presidente in funzioni uscente Mariano Rajoy si candida di nuovo e più forte rispetto a dicembre 2015 alla conferma. L’aumento di voti e di riflesso di scranni mette PSOE e Podemos in una situazione per la quale se non si riuscisse a formare un governo la colpa ricadrebbe su di loro, vista la differenza di scranni in Parlamento e il distacco in percentuali rispetto al primo partito, che danno a Rajoy sia i numeri sia la legittimità per, questa volta sì, provare l’investitura. Durante il discorso a risultati ormai certi, Rajoy ha subito fatto capire ciò e confermato quello che diceva in campagna elettorale, ovvero che il partito che arriva primo inizia le trattative e il processo di investitura, mentre Albert Rivera di Ciudadanos si è affrettato a tagliarsi un posto nel tavolo delle trattative ma anche alla possibilità di tagliarsi fuori se i fini e le decisioni prese non andranno bene al suo partito; senza però esimersi dall’avanzare un’altra critica al sistema elettorale che a suo dire ha penalizzato il suo partito e che oggettivamente è confermato dai dati e dai voti che servono a C’s per fare un eletto in confronto agli altri partiti (100.000 a C’s, 57.000 al PP). Sanchez e Pablo Iglesias (Podemos) erano chiaramente delusi dal risultato, ma dopo essersi fatti la guerra tra loro per la leadership del centro-sinistra per decidere chi sarebbe stato il Primo Ministro in caso di vittoria, Iglesias dovrebbe esserlo di più perchè ha perso contro sondaggi, speranze e un pizzico di sua supponenza. Se El Pais dice che Sanchez si allontana in tutti i casi da una possibile investitura, che la sinistra retrocede e che Ciudadanos è la principale vittima di questo secondo voto, ora tocca al PP e a Rajoy trovare un patto per governare finalmente la Spagna, dopo 6 mesi e tante notti, troppe per un popolo che era abituato a svegliarsi al mattino ed ascoltare in tv chi era il nuovo Presidente.