La ricchezza e l’identità dei territori possono essere apprezzate solo con il Federalismo

La ricchezza e l’identità dei territori possono essere apprezzate solo con il Federalismo

I liberi Comuni e le identità dei territori sono la ricchezza della civiltà del nostro Paese. Ad affermarlo è il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nella nota per i 50 anni dalle prime elezioni regionali. Il Capo dello Stato ricorda poi che la Repubblica è nata “nel rifiuto del carattere autoritario e centralista dello Stato, inasprito dal regime fascista”, per cui “il principio di autonomia, delle Regioni e degli enti locali, è alle fondamenta della costruzione democratica, perché appartiene al campo indivisibile delle libertà e costituisce un regolatore dell’equilibrio costituzionale”.

Queste parole sono molto importanti in primis per gli amministratori locali e riportano al centro dell’attenzione lo storico tema dell’autonomia, che viaggia in parallelo con responsabilizzazione politica e buon governo del territorio, perché gli enti locali – e in particolare i Comuni – sono le istituzioni più vicine ai cittadini e che meglio possono risolvere i problemi. In questo periodo di emergenza coronavirus ne abbiamo avuto prova con le diverse risposte alle difficoltà causate dalla pandemia: mentre i territori si sono subito attivati per far fronte alle prime criticità, da Roma arrivavano indicazioni contrastanti, linee guida tardive, aiuti economici insufficienti e spesso dpi inutilizzabili, per non parlare dell’esperienza biellese della ripartenza delle aziende tessili…

La fine del lockdown riporta l’autonomia di grande attualità e la gestione del coronavirus ne ha accentuato la necessità. Le dichiarazioni del Presidente Mattarella lo confermano. Soltanto il ministro per il sud Giuseppe Provenzano continua a sostenere che vada rafforzato lo Stato, quello stesso Stato che in 9 anni ha tagliato 37 miliardi di euro alla sanità. Ma invece di apprezzare il lavoro fatto dalle Regioni, come in Piemonte dove i posti letto in terapia intensiva sono stati raddoppiati e quelli in semi-intensiva triplicati rispetto alla situazione che la giunta Cirio ha ereditato, il ministro Provenzano ritiene che si debbano “rafforzare i presidi centrali”: si riferisce a quelli che ci hanno consegnato mascherine non a norma o a quelli che hanno redatto disposizioni a volte incomprensibili e altre in contrasto tra loro?

In una intervista rilasciata su Il Messaggero mercoledì 10 giugno, lo stesso ministro torna sulla possibilità di rivedere il Titolo V della Costituzione ma, in contrasto con le parole del Presidente Mattarella, per introdurre una clausola di supremazia dello Stato. Al contrario, caro ministro, la riforma del Titolo V dovrà realizzare finalmente il regionalismo differenziato così come previsto dall’art. 116, terzo comma della Costituzione, nell’ottica del conseguimento della forma di Stato che da sempre si addice meglio al nostro Paese ma che non si è mai avuto il coraggio di istituire: il Federalismo. Un Federalismo non solo fiscale e amministrativo, ma anche politico e identitario: solo in questo modo si potrà davvero apprezzare la ricchezza di ogni territorio, dando piena attuazione all’art. 114 della Costituzione che stabilisce che “la Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”.

100 anni dalla nascita di Gianfranco Miglio, scienziato della politica lungimirante ma trascurato

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Come studente di scienza della politica ed indomabile federalista, sento il dovere di ricordare uno dei politologi più lucidi e lungimiranti ma allo stesso tempo più sottovalutati e trascurati d’Europa. Gianfranco Miglio nasceva 100 anni fa. Oggi si parla poco di lui, persino nelle Università, dove è stato docente di dottrine politiche dal 1948 e preside della facoltà di Scienze politiche dal 1959 per i 30 anni seguenti. In un mondo in cui se ti schieri politicamente rischi di perdere opportunità anziché venire apprezzato, di perdere attenzione ed attenzioni invece di guadagnare stima, Miglio paga a mio avviso la sua parentesi con la Lega Nord di Umberto Bossi, demonizzata e tacciata di ogni infamia: incomprensibile come un professore del suo calibro potesse essere l’ideologo di quel partito. Soliti preconcetti. Eppure il suo pensiero è quello della Lega Nord, le sue parole risuonano fino ad oggi. Il contributo che ha dato alla causa leghista è immenso, ha forgiato la nostra ideologia (e qui parlo da attivista) e per questo paga un vergognoso silenzio sul contributo che ha dato alla scienza politica italiana (con Passerin d’Entrèves e Schmitt) e mondiale (Weber). Il suo impegno per un federalismo post-moderno “ex uno plures”, in contrasto con quello moderno dell’epoca che era “e pluribus unum”, si riverbera nello scenario politico europeo attuale (Catalogna, Scozia, Corsica, Vojvodina, Veneto…).

Da federalista, la sua fu anche una battaglia antifascista, iniziata assieme a Tommaso Zerbi nella rivista “Il Cisalpino“. Miglio ha fornito una rilettura del periodo fascista partendo dalla inadeguatezza ed incapacità di elaborazione di un ordinamento unitario per la penisola; e anche qui, da piemontese, la questione mi tocca da vicino.

Lui diceva che “la vittoria del federalismo è la vittoria del contratto sul patto politico”. Le istituzioni politiche sono in perenne trasformazione, come ricordava Stefano Bruno Galli in un bellissimo ricordo dello “scienziato del federalismo” di qualche giorno fa.

Credo che Miglio meriti un’attenzione maggiore, sia dal punto di vista politologico sia da quello dell’impegno politico, perchè le sue lezioni ed i suoi spunti invece di rischiare di venire sotterrati devono essere studiati maggiormente. Sia da chi la politica vuole studiarla, sia da chi la vuole fare.