L’UE intervenga in Catalunya per dimostrare di essere davvero l’Europa dei Popoli!

L’UE intervenga in Catalunya per dimostrare di essere davvero l’Europa dei Popoli!
Puigdemont Exiled
L’arresto di Carles Puigdemont è solo l’ultimo atto di un processo anti-democratico portato avanti dal governo spagnolo con noncuranza del voto dei cittadini e del diritto internazionale. Infatti, l’ex Presidente del governo catalano, costretto ai tempi a fuggire in Belgio per evitare un’accusa di ribellione, seppur contestata da cattedratici e legislatori spagnoli, era impossibilitato a tornare in patria per riottenere l’incarico del Parlamento dopo la riconferma degli indipendentisti alle ultime elezioni.
In un periodo nel quale i referendum vengono considerati sbagliati, da rifare o non compresi nel momento in cui i cittadini votano per l’opzione avversa alla volontà delle élite globali, si può comprendere il mancato rispetto del referendum catalano e quindi il mancato rispetto della democrazia. Ma nella stessa epoca nella quale ci si riempie la bocca di belle parole, di diritti, di democrazia, di pace e di concordia, permettere l’uso della violenza da parte delle forze dell’ordine per impedire ai catalani di votare e poi incarcerare scientemente tutti i possibili futuri candidati alla presidenza è spregevole e vituperevole. L’esilio forzoso di politici costretti a fuggire all’estero, gli ultimi 25 arresti tra i quali il Presidente designato Turull ed il Presidente legittimo Puigdemont, i 4 prigionieri che permangono delle carceri spagnole da 4 mesi e gli 87 feriti negli scontri di domenica notte sono l’ennesima prova di una UE che sta andando nel verso opposto a quello che propaganda in maniera vergognosa e falsa.
Lo Stato spagnolo perseguitando gli indipendentisti catalani democraticamente eletti e rifiutando il dialogo si sta dimostrando ancora legato alle vecchie logiche e politiche proprie del franchismo.
Come delegazione Esteri della Lega in Piemonte chiediamo che l’Unione Europea intervenga immediatamente per il rilascio dei politici arrestati e per il ripristino della democrazia.
La stessa Unione Europea che interviene celermente per sanzionare la Russia di Putin, ma che per adesso, si sta rendendo complice delle politiche anti-democratiche di Madrid.
Noi siamo stati e saremo sempre al fianco dei nostri fratelli Catalani in questa dura battaglia di libertà e democrazia.
Alessio Ercoli, Giacomo Perocchio
(Delegazioni Esteri Mgp e Lega – Salvini Premier Piemonte)
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100 anni dalla nascita di Gianfranco Miglio, scienziato della politica lungimirante ma trascurato

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Come studente di scienza della politica ed indomabile federalista, sento il dovere di ricordare uno dei politologi più lucidi e lungimiranti ma allo stesso tempo più sottovalutati e trascurati d’Europa. Gianfranco Miglio nasceva 100 anni fa. Oggi si parla poco di lui, persino nelle Università, dove è stato docente di dottrine politiche dal 1948 e preside della facoltà di Scienze politiche dal 1959 per i 30 anni seguenti. In un mondo in cui se ti schieri politicamente rischi di perdere opportunità anziché venire apprezzato, di perdere attenzione ed attenzioni invece di guadagnare stima, Miglio paga a mio avviso la sua parentesi con la Lega Nord di Umberto Bossi, demonizzata e tacciata di ogni infamia: incomprensibile come un professore del suo calibro potesse essere l’ideologo di quel partito. Soliti preconcetti. Eppure il suo pensiero è quello della Lega Nord, le sue parole risuonano fino ad oggi. Il contributo che ha dato alla causa leghista è immenso, ha forgiato la nostra ideologia (e qui parlo da attivista) e per questo paga un vergognoso silenzio sul contributo che ha dato alla scienza politica italiana (con Passerin d’Entrèves e Schmitt) e mondiale (Weber). Il suo impegno per un federalismo post-moderno “ex uno plures”, in contrasto con quello moderno dell’epoca che era “e pluribus unum”, si riverbera nello scenario politico europeo attuale (Catalogna, Scozia, Corsica, Vojvodina, Veneto…).

Da federalista, la sua fu anche una battaglia antifascista, iniziata assieme a Tommaso Zerbi nella rivista “Il Cisalpino“. Miglio ha fornito una rilettura del periodo fascista partendo dalla inadeguatezza ed incapacità di elaborazione di un ordinamento unitario per la penisola; e anche qui, da piemontese, la questione mi tocca da vicino.

Lui diceva che “la vittoria del federalismo è la vittoria del contratto sul patto politico”. Le istituzioni politiche sono in perenne trasformazione, come ricordava Stefano Bruno Galli in un bellissimo ricordo dello “scienziato del federalismo” di qualche giorno fa.

Credo che Miglio meriti un’attenzione maggiore, sia dal punto di vista politologico sia da quello dell’impegno politico, perchè le sue lezioni ed i suoi spunti invece di rischiare di venire sotterrati devono essere studiati maggiormente. Sia da chi la politica vuole studiarla, sia da chi la vuole fare.

Cosa ci insegna la strepitosa vittoria di Pè a Corsica

Cosa ci insegna la strepitosa vittoria di Pè a Corsica

La strepitosa vittoria dei nazionalisti corsi di Pè a Corsica ci insegna 3 cose:
1) Il cleavage (la frattura) maggiore attuale si conferma tra local e global, tra l’autonomismo tendente all’indipendentismo e il globalismo tendente al mondialismo.
2) Quello che definii qualche settimana fa “treno dell’indipendenza” aggiunge un “vagone”: dopo Scozia, Kurdistan iracheno, Republika Srpska, Vojvodina e la locomotiva Catalunya, ora la Corsica.
3) Per arrivare all’indipendenza serve avere un tessuto socio-politico saldo, sicuro e fedele. Per questo i vincitori, Gilles Simeoni e Jean-Guy Talamoni, due veri lupi politici, propongono per ora l’amnistia per i «prigionieri politici», l’ufficialità della lingua corsa e il riconoscimento dello status di residente corso per opporsi alla compravendita di terreni sull’isola ed evitare speculazioni immobiliari. Con queste misure, andrebbero a sanare i maggiori problemi dell’isola e ad aumentare i consensi, costituendo la base per passare allo step successivo. D’altronde, le modifiche rivoluzionarie avvengono per transizioni. Bisogna sapere crearne le condizioni…

La stampa ammette non aver capito nulla di Trump: i veri incompetenti sono loro

La stampa ammette non aver capito nulla di Trump: i veri incompetenti sono loro

Dopo averlo demonizzato ed insultato, ora alcuni giornalisti iniziano a pensare di essere loro a non aver capito nulla e ad aver raccontato balle su Trump. Lo fa persino Federico Rampini su La Repubblica di ieri: “il tempo passa ed è almeno da un anno e mezzo che abbiamo torto”. Già, ma in quell’anno e mezzo è stato gettato fango prima sul candidato Presidente e poi sul Presidente della prima potenza mondiale, soltanto perché – per dirla alla Galli della Loggia – aveva idee ritenute sbagliate (o meglio, che non piacevano alle élite politiche e mediatiche) e quindi ciò bastava per definirlo inconfutabilmente antidemocratico.
Ma il tempo passa, e l’economia interna registra borse ai massimi storici e il Pil sopra al 3% di crescita, assieme alla disoccupazione più bassa dell’anno 2000.
La Corte Suprema, poi, ha autorizzato la piena entrata in vigore dell’Ordine Esecutivo 13780 – ovvero il cosiddetto ”muslim ban” – che vieta l’ingresso negli Usa ai cittadini di Somalia, Sudan, Iran, Siria, Yemen e Libia, dando ragione a Trump sulla legittimità dell’atto. Anche in questo caso, non si era capito o si è voluto cambiare il significato della decisione.
Appare chiaro che sono tutti episodi di post verità scientificamente prodotti da giornali che ora, scontrandosi con la realtà dei fatti, devono sommessamente e quasi con vergogna dichiarare che ad essere incompetenti sono in realtà loro.

Lombardia e Veneto battistrada dell’idem sentire change

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Analisi pre-voto sui referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto e gli effetti che possono avere sul cambio dell’idem sentire attuale e la costituzione di una futura percezione e concepimento dello Stato.

 

La mia tesi è che l’idem sentire, ovvero una percezione ed un pensiero comune sulla res publica (lo Stato), è determinato dai vincitori di una battaglia bellica e/o culturale. La forma o il pensiero che si afferma vengono nel tempo dapprima accettati e dopo assimilati dalla popolazione, che finisce per ritrovarsi e riconoscersi in quella condizione che diventa condivisa da tutti perchè per tutti è così. Un esempio è: “mi sento italiano perchè sono nato in Italia, e tutti si sentono italiani”. Ma fino a 160 anni fa ci si sentiva lombardi, veneti, piemontesi… col tempo si è costruito un idem sentire che ha portato ad identificarsi in qualcosa perchè è così anche per tutti gli altri. Costruendo un nuovo Stato, si deve costruire un nuovo idem sentire; che sarebbe come dire che facendo l’Italia, si devono fare gli italiani.

Ma l’idem sentire non è immutabile, cambia nel tempo al cambiare degli avvenimenti, delle sensazioni e dei sentimenti. E più passano le generazioni e meno ce ne si accorge. Si pensi agli irlandesi: all’inizio del XX secolo erano e si definivano inglesi, ora sono e si definiscono irlandesi. In Italia è successo il contrario, e la costruzione dell’identità nazionale ha funzionato meglio, ad esempio, che in Spagna, dove un catalano è spagnolo ma si definisce catalano.

Focalizzandoci sull’Italia e ritenendo che in libertà i popoli tendano ad autodeterminarsi anzichè ad unirsi forzatamente in maniera più o meno violenta, e nella libera disgregazione l’idem sentire si crei mentre nell’indotta unione debba essere creato, un ricordo dello status quo può portare ad un cambio della narrativa e del pensiero comune: ciò che definisco “idem sentire change”.

Sulla scia ancora ardente e del referendum catalano, domenica 22 ottobre si voteranno in Lombardia e Veneto due referendum per chiedere allo Stato centrale maggiore autonomia e maggiori concessioni. L’esperienza catalana incide in due modi sul voto: dimostra che si può andare oltre lo status attuale e tornare allo status quo, anche in maniera più profonda; dimostra che i creatori dell’idem sentire attuale difendono tale illusione con la forza, ovvero con lo stesso mezzo con cui ne hanno creato il contenitore, lo Stato. In Catalunya ha attecchito poco, in Italia molto di più. La spiegazione è dovuta ai due tipi di autoritarismi che hanno inciso in maniera totalmente opposta: il fascismo ha impostato la narrativa e la dialettica in una esaltazione dello Stato centrale e della patria intesa come tale, cancellando con retorica ogni localismo ma infondendo speranza e sicurezza; il franchismo al contrario ha eliminato ogni localismo con la violenza, infondendo odio e timore. Il risultato è che il nazionalismo catalano è anche una reazione al franchismo, mentre la Costituzione italiana nasce sulle ceneri del fascismo. L’idem sentire già iniziato ai tempi di Massimo d’Azeglio trova compimento nell’unità nazionale della patria italiana scaturita dal fascismo e in quella necessaria per evitare una nuova analoga stagione politica.

Il mancato assetto federale e il ritardo dell’istituzione delle Regioni hanno portato a dimenticarsi dello status quo ante, che unito al periodico ricordo del fascismo e dell’unità d’Italia hanno accelerato e dato il colpo di grazia al sentimento nazionale comune per il quale ora si è tutti italiani. E tutti nascono e crescono convinti di esserlo, perchè non c’è altra alternativa.

L’alternativa arriva con la messa in discussione di questo processo, guarda caso poco dopo l’istituzione delle regioni, dalla stesso partito che ora lancia i due referendum nelle Regioni Lombardia e Veneto.

Domenica 22 ottobre si arriva al voto dopo la dichiarazione di Madrid di voler applicare l’art. 155 della Costituziona spagnola, ovvero sospendere l’autonomia catalana e indre nuove elezioni dopo aver rimosso presidente, vice-presidente e consiglieri. Il fatto che l’argomento tiene banco, come si suol dire, tra i giornali e le news, ed è il soggetto di dibattiti e chiacchiere anche da bar, crea un’attenzione alla causa in questo momento particolare e una tensione emotiva e di vicinanza ancora più forti. Infatti, le immagini delle manganellate inferte ai votanti fuori dai seggi, se da un lato hanno contribuito ad aumentare l’attenzione e le analisi al post-voto catalano, facendole protrarre incessantemente fino al giorno dei referendum lombardo e veneto, dall’altro hanno innescato in queste due popolazioni dei sentimenti di vicinanza e solidarietà al popolo catalano. Se i lombardi sono più attenti alle editoriali e i veneti più inclini alla passione, con la testa e il cuore si colgono appieno cause ed effetti del referendum catalano. Le differenze con i 2 referendum qui analizzati, invece, sono state sottolineate più volte e sono palesi. Chi vota con la testa sa che vengono chieste istanze diverse e che non si può ripetere ciò che è avvenuto in Catalunya; chi vota col cuore trova in quello una spinta ed uno stimolo per informarsi di più e soprattutto convincere altri a fare lo stesso (voto ed informazione.

Se per essere valido e dare ufficialmente il mandato ai Presidenti di Lombardia e Veneto di avviare le trattative per richiedere maggiore autonomia, più risorse da tenere sul territorio e la possibilità di assumere la gestione di ben 20 materie – delle quali 17 di competenza concorrente e 3 di competenza esclusiva – per il Veneto è necessario un quorum del 50% + 1 dei votanti mentre per la Lombardia non è richiesto, la percentuale diventa importante per giustificare la scelta di istituire il referendum anzichè provare con la via diretta di un dialogo Stato-Regione, che gode di minor peso politico causato da una mancanza diretta di sostegno da parte della popolazione.

Queste percentuali, se si prendono in considerazione due indicatori – il turnout delle ultime comunali e quello del referendum costituzionale del 4 dicembre – dovrebbero oscillare tra il 52% e il 62% in Veneto e il 42% e il 52% in Lombardia.

Previsione affluenza referendum 22 ottobre

Prevedendo una schiacciante vittoria dei sì – dovuta dalla convergenza di quasi tutti i maggiori partiti politici e Sindaci – se in Veneto non si dovesse raggiungere il quorum, il Presidente Zaia potrebbe comunque intraprendere le trattativa con Roma, ma che in quel caso avrebbero meno forza di quelle che si sarebbero potute fare senza convocare il referendum. Quindi la posta in gioco di Zaia è maggiore, perchè Maroni può stare tranquillo in una prevalenza netta di sì al riparo da quorum.

Comunque, un risultato al di sotto del 42% (il 2% in meno dell’affluenza al ballottaggio delle comunali dell’11 giugno) in Lombardia e al di sotto del 50% in Veneto (al ballottaggio delle comunali dell’11 giugno fu del 47,45%) sarebbero una sconfitta per i promotori del referendum, mentre al di sopra del 50% in Lombardia e del 55% in Veneto sarebbero una grande vittoria politica. In Lombardia perchè verrebbe comunque superato il quorum e assieme si eviterebbero critiche e messe in dubbio del risultato, in Veneto perchè – come fatto notare dal politologo Paolo Feltrin – risulta la media della forbice tra il 38% del referendum sulle trivelle del 17 aprile e il 77% di quello Costituzionale del 4 dicembre 2016. Calcolando che Zaia alle regionali del 2015 prese più del 50% dei voti, con un’affluenza del 57%, ripetere tale affluenza sarebbe un risultato eccellente.

Una previsione di affluenza così bassa è dovuta al fatto che negli ultimi anni si ha avuto un distaccamento fiduciario ed emotivo dalla politica e anche dal momento di massima partecipazione: il voto. Nel 2013 ha votato per le regionali lombarde il 76,74% degli aventi diritto al voto, alle comunali di 4 anni dopo soltanto il 54,10%. Eppure l’elezione di Sindaco e consiglio comunale dovrebbero essere più sentite perchè più vicine e dirette, e la campagna elettorale si svolge molto più nel particolare, con i candidati “alla caccia di voti” in un ambito ristretto e che conoscono bene e nel quale sono ben conosciuti. Infatti, se si va a vedere l’affluenza delle comunali del 2013 in Lombardia, si può notare come sia sempre al di sopra del 60%. Tenuto presente che le regionali dello stesso anno hanno avuto una straordinaria campagna elettorale fino all’ultimo colpo e soprattutto che si sono svolte in concomitanza con le elezioni politiche per Camera e Senato del 24 febbraio 2013. Ciò ha causato un turnout così alto, che risulta ben al di sopra della media delle comunali, che già hanno avuto un calo del 15% di votanti in 4 anni. In Veneto, invece, essendo il turnout già più basso che in Lombardia ed essendo ora il 4% in più, ha tenuto meglio e può contare su una base elettorale forte e decisa, compatta attorno a Zaia e decisa a votare.

Il fatto che si muovano per prime queste 2 Regioni può determinare una nuova spinta verso l’idem sentire change e verso il cambio di assetto statale.

Ciò può essere possibile perchè per questi profondi cambiamenti è decisiva una vittoria iniziale, e nessuno meglio di Lombardia e Veneto può assicurarla. C’è un precedente che ci dice che possono essere queste due Regioni le locomotive dell’idem sentire e del structure (assetto) change: il referendum costituzionale del 25 e 26 giugno 2006, dove vinsero i sì soltanto, appunto, in Lombardia e Veneto. L’affluenza fu del 62% in Veneto e del 60% in Lombardia. un 10-12% in meno, consentirebbe il quorum in Veneto e un risultato ottimo in Lombardia. E una rivincita che rafforza le nuove spinte autonomiste, sul vento di quello che ho definito il treno delle libertà, dal Kurdistan iracheno alla Bosnia, passando appunto per Lombardia e Veneto. Il fil rouge è il cambio dell’idem sentire e dell’assetto istituzionale, in una nuova forma e narrativa.

Quindi, se al risultato di domani (22 ottobre) seguono azioni simili in Emilia Romagna (il 18 ottobre la dichiarazione d’intenti tra la Regione e il Governo è stata firmata a Palazzo Chigi dopo la risoluzione del Consiglio Regionale del 3 ottobre), Puglia (il Presidente ha dichiarato che “un ampio dibattito può essere utile per individuare le materie e le modalità di un’autonomia rafforzata”) e Piemonte (il 2 ottobre è nato a Chivasso il comitato “Piemonte autonomo”, promotore per il referendum dell’autonomia del Piemonte), si può davvero iniziare un lungo percorso per cambiare da una parte l’inquadramento politico e legislativo del Paese, dall’altra quello della mentalità (idem sentire) dei suoi abitanti.

Alessio ERCOLI, 21-10-2017

Le #PrimariePD2017 sono state un flop

Mancando ancora, dopo ben 24 ore, i risultati ufficiali, si può fare tuttavia un’analisi con le primarie PD precedenti basandosi sui risultati ufficiosi, che non dovrebbero comunque discostarsi di molto da quelli definitivi quando arriveranno.

Massimo Franco scrive sul CorSera sulle Primarie del PD: “La partecipazione è stata superiore alle previsioni”. O si sono tenuti molto bassi, o avevano una paura micidiale…

Dopo 16 ore di silenzio, si scopre infatti che il PD ha perso 966.223 votanti e Renzi 611.943 voti rispetto al 2013, passando da 1.895.332 a 1.283.389 voti che se sono superiori al milione prefissato, sono comunque il peggior risultato per un segretario nei 10 anni di storia delle primarie PD. A Renzi interesserà, e forse rivendicherà, di essere il segretario PD eletto con la maggior percentuale, ma dall’altra parte è stato anche il segretario eletto con meno voti, che si conformano sempre di più al dato dell’affluenza, a sostegno delle critiche di un partito personale mosse nei suoi confronti.

Voti a Renzi alle primarie PD

Nel 2007 Veltroni era stato eletto segretario con 2.694.721 voti; nel 2009 Bersani ne prese molti meno, ovvero 1.623.239; Renzi nel 2013 torno a far segnare numeri alti con i suoi 1.895.332 voti ma diventati appena 1.283.389 nel 2017, soltanto 4 anni e 1024 giorni di governo dopo.

Voti al segretario Pd eletto alle primarie

L’esperienza di governo, tra l’altro il quarto esecutivo più longevo della storia della Repubblica, ridimensiona ulteriormente la scarsa performance di Renzi, perchè se nel 2013 i voti sono stati comunque tanti rispetto a quelli di Bersani di 4 anni prima e nonostante il calo dell’affluenza, questa volta al sostanziale calo di voti per Renzi (unico segretario riconfermato e, in verità, unico a ricandidarsi alla segreteria PD) segue un ancora più importante calo di votanti che per la prima volta fa scendere l’affluenza sotto quota 2 milioni. Il calo, infatti, è sicuramente dovuto in buona parte alla delusione dell’attività politica di Renzi, che se nel 2013 ha fatto il pieno trascinato dalla fiducia, dai media e da una gestione sottotono di Letta (con segretario Epifani) dopo il fallimento di Bersani, ora subisce il peso dei quasi 3 anni come Presidente del Consiglio, sotto quei riflettori ora non più così benevoli, davanti al popolo che dopo le promesse si aspetta(va) una diversità, un’innovazione e una concretezza mai arrivate davvero. Un segnale, quindi, esattamente opposto.

Affluenza alle primarie del PD

Il confronto tra calo dell’affluenza e calo dei voti a Renzi rende bene l’idea della fondatezza delle preoccupazioni di alcuni esponenti del PD circa una personalizzazione del partito, che si manifesta al momento delle primarie, dove sembra che vadano a votare sempre di più i renziani mentre al quasi milione di voti perso nell’affluenza non fa un contro-bilanciamento neanche timido il voto verso una delle due alternative, anzi, come si vede nel grafico sottostante, i voti di Renzi si avvicinano sempre di più ai voti totali.

Confronto affluenza - voti a Renzi

Se questo sia sintomo di una forte leadership di Renzi o di una deriva personalistica (anche causata dalla mancanza di alternative forti) ce lo diranno il tempo e ce lo potranno dire al massimo esponenti del partito, ma i dati parlano chiaro e, previsioni (volutamente?!) pessimiste a parte, confermano che queste primarie sono state un duro flop sia per Renzi sia, soprattutto, per il Partito Democratico.

Rivoluzione francese

Il primo turno delle elezioni francesi ci ha portato una conferma: è definitivamente conclusa la distinzione destra-sinistra per definire i due campi delle sfide elettorali e politiche.

Come si è potuto notare bene soprattutto in Austria, i partiti tradizionali al potere da decenni e che siamo abituati vedere l’uno governare e l’altro essere a capo della minoranza, sono ora entrambi esclusi ai ballottaggi, fuori dai giochi, minoranza erosa in uno scenario totalmente nuovo, che vede ora da una parte i localisti e dall’altra i globalisti, da una parte gli anti-sistema e dall’altra il sistema stesso (il cosiddetto “establishment“). I lavoratori, i giovani e le classi più colpite dalla crisi abbandonano o escludono i partiti storici per dare la loro preferenza a chi si fa portatore di queste istanza, indipendentemente dal fatto che siano favoriti od ostacolati dalla stampa.

È successo anche in Francia, e se i Repubblicani possono incolpare la stampa e le inchieste giudiziarie come il “Penelope gate”, i socialisti possono incolpare solo loro stessi e devono essere consapevoli che Hollande ha grandi responsabilità dell’esclusione del PS al 6%, anche se la grande fetta di responsabilità ce l’hanno i detentori del potere nel sistema europeo, che tengono in scacco i governi nazionali che la Le Pen vuole liberare.

Ecco che l’endorsement di Juncker, Merkel e Mogherini (ma non dovrebbe essere imparziale?) a Macron, conferma che è il perfetto successore di Hollande, del quale fu appunto Ministro dell’Economia. Dato che sapevano già della disfatta del Parti Socialiste, ora si rifugiano tutti assieme da lui, come in un minestrone; ma più appoggio gli offrono e più dichiarazioni di apprezzamento pronunciano, più Macron rischia di essere visto parte di quell’establishment che Le Pen promette di combattere, come avvenne negli USA tra Trump e la Clinton ed in Olanda tra Wilders e Rutte.

Invece, il sostengo lampo di Fillon a Macron è chiaramente in vista delle legislative di giugno, quando il Presidente dovrà nominare il Primo Ministro, che è il detentore del vero potere. Il problema è che un vero gollista non può votare un ex ministro di Hollande, e la scelta più coerente è votare Marine non solo per gli elettori repubblicani, ma anche per Fillon stesso, che arriva da una gioventù gollista sociale ed euroscettica che è l’esatto opposto rispetto a Macron.

L’incoerenza del sostegno indotto di Fillon verso il favorito 39enne fino a 3 anni fa sconosciuto di En Marche è emersa dopo qualche minuto, quando Macron ha esclamato che sarà il Presidente contro i nazionalismi… non credo che i gollisti l’abbiano presa molto bene. In questo senso è stato molto più intelligente Melenchon, che ha salvato capra e cavoli senza dichiarare un appoggio a nessuno e mantenendo quindi libero il suo partito e sicuro l’elettorato raggiunto (la maggior parte dei lavoratori votano Le Pen); perchè il PM lo elegge comunque il Parlamento.

Per quanto riguarda il ballottaggio, invece, c’è un dato straordinario e che nessuno sta prendendo in considerazione: il quasi 5% del sovranista (quindi localistaDupont-Aignan e soprattutto i suoi 1,6 milioni di voti, che lo pongono in sesta posizione appena dietro ad Hamon del PS. Questi sono voti potenziali per il Front National. Non andranno di certo tutti alla Le Pen, ma nessuno andrà a Macron.

Secondo alcuni analisti, i voti presi ora da Fillon si tripartiranno equamente tra astensione, Macron e Le Pen (e qui emerge il calcolo dell’endorsement, che a breve tempo può funzionare ma a lungo tempo è pericoloso). La previsione più interessante resta comunque vedere dove andrà il voto di Melenchon, ovvero più di 6,8 milioni di voti che potrebbero essere decisivi. L’elettorato di Hamon dovrebbe convergere di natura su Macron, anche se rischia di portare un contributo di poco superiore rispetto a quello di Dupont-Aignan. In tutto ciò, comunque, è meglio che Hollande stia nell’ombra perchè con i suoi indici di gradimento rischia di allontanare più voti di quanti ne porti.

La distinzione destra-sinistra è definitivamente superata, è una rivoluzione che arriva anche in Francia dove per la prima volta nella Quinta Repubblica non accedono al ballottaggio nè i Republicains (ex UMP) nè il Parti Socialiste, ma candidati alternativi ai quali gli altri, le vittime del cambiamento socio-politico avvenuto con loro al potere, cercano di accostarsi sia nella politica interna sia in quella estera: tipico è l’esempio del PD che supportava da sempre Macron anzichè il suo storico e naturale alleato Hamon (PS). La nuova distinzione la chiamano in diversi modi, io la identifico in global contro local.

Tutto è ancora aperto per il 7 maggio, calcolando anche che Macron non ha un partito che gli porta voti “storici” e “sicuri” nè al ballottaggio nè tanto meno alle importantissime elezioni legislative di giugno, che rischiano di far precipitare la Francia nella coabitazione. E sarebbe anche l’ultima possibilità per i partiti tradizionali di restare a galla nel sistema.