Rivoluzione francese

Il primo turno delle elezioni francesi ci ha portato una conferma: è definitivamente conclusa la distinzione destra-sinistra per definire i due campi delle sfide elettorali e politiche.

Come si è potuto notare bene soprattutto in Austria, i partiti tradizionali al potere da decenni e che siamo abituati vedere l’uno governare e l’altro essere a capo della minoranza, sono ora entrambi esclusi ai ballottaggi, fuori dai giochi, minoranza erosa in uno scenario totalmente nuovo, che vede ora da una parte i localisti e dall’altra i globalisti, da una parte gli anti-sistema e dall’altra il sistema stesso (il cosiddetto “establishment“). I lavoratori, i giovani e le classi più colpite dalla crisi abbandonano o escludono i partiti storici per dare la loro preferenza a chi si fa portatore di queste istanza, indipendentemente dal fatto che siano favoriti od ostacolati dalla stampa.

È successo anche in Francia, e se i Repubblicani possono incolpare la stampa e le inchieste giudiziarie come il “Penelope gate”, i socialisti possono incolpare solo loro stessi e devono essere consapevoli che Hollande ha grandi responsabilità dell’esclusione del PS al 6%, anche se la grande fetta di responsabilità ce l’hanno i detentori del potere nel sistema europeo, che tengono in scacco i governi nazionali che la Le Pen vuole liberare.

Ecco che l’endorsement di Juncker, Merkel e Mogherini (ma non dovrebbe essere imparziale?) a Macron, conferma che è il perfetto successore di Hollande, del quale fu appunto Ministro dell’Economia. Dato che sapevano già della disfatta del Parti Socialiste, ora si rifugiano tutti assieme da lui, come in un minestrone; ma più appoggio gli offrono e più dichiarazioni di apprezzamento pronunciano, più Macron rischia di essere visto parte di quell’establishment che Le Pen promette di combattere, come avvenne negli USA tra Trump e la Clinton ed in Olanda tra Wilders e Rutte.

Invece, il sostengo lampo di Fillon a Macron è chiaramente in vista delle legislative di giugno, quando il Presidente dovrà nominare il Primo Ministro, che è il detentore del vero potere. Il problema è che un vero gollista non può votare un ex ministro di Hollande, e la scelta più coerente è votare Marine non solo per gli elettori repubblicani, ma anche per Fillon stesso, che arriva da una gioventù gollista sociale ed euroscettica che è l’esatto opposto rispetto a Macron.

L’incoerenza del sostegno indotto di Fillon verso il favorito 39enne fino a 3 anni fa sconosciuto di En Marche è emersa dopo qualche minuto, quando Macron ha esclamato che sarà il Presidente contro i nazionalismi… non credo che i gollisti l’abbiano presa molto bene. In questo senso è stato molto più intelligente Melenchon, che ha salvato capra e cavoli senza dichiarare un appoggio a nessuno e mantenendo quindi libero il suo partito e sicuro l’elettorato raggiunto (la maggior parte dei lavoratori votano Le Pen); perchè il PM lo elegge comunque il Parlamento.

Per quanto riguarda il ballottaggio, invece, c’è un dato straordinario e che nessuno sta prendendo in considerazione: il quasi 5% del sovranista (quindi localistaDupont-Aignan e soprattutto i suoi 1,6 milioni di voti, che lo pongono in sesta posizione appena dietro ad Hamon del PS. Questi sono voti potenziali per il Front National. Non andranno di certo tutti alla Le Pen, ma nessuno andrà a Macron.

Secondo alcuni analisti, i voti presi ora da Fillon si tripartiranno equamente tra astensione, Macron e Le Pen (e qui emerge il calcolo dell’endorsement, che a breve tempo può funzionare ma a lungo tempo è pericoloso). La previsione più interessante resta comunque vedere dove andrà il voto di Melenchon, ovvero più di 6,8 milioni di voti che potrebbero essere decisivi. L’elettorato di Hamon dovrebbe convergere di natura su Macron, anche se rischia di portare un contributo di poco superiore rispetto a quello di Dupont-Aignan. In tutto ciò, comunque, è meglio che Hollande stia nell’ombra perchè con i suoi indici di gradimento rischia di allontanare più voti di quanti ne porti.

La distinzione destra-sinistra è definitivamente superata, è una rivoluzione che arriva anche in Francia dove per la prima volta nella Quinta Repubblica non accedono al ballottaggio nè i Republicains (ex UMP) nè il Parti Socialiste, ma candidati alternativi ai quali gli altri, le vittime del cambiamento socio-politico avvenuto con loro al potere, cercano di accostarsi sia nella politica interna sia in quella estera: tipico è l’esempio del PD che supportava da sempre Macron anzichè il suo storico e naturale alleato Hamon (PS). La nuova distinzione la chiamano in diversi modi, io la identifico in global contro local.

Tutto è ancora aperto per il 7 maggio, calcolando anche che Macron non ha un partito che gli porta voti “storici” e “sicuri” nè al ballottaggio nè tanto meno alle importantissime elezioni legislative di giugno, che rischiano di far precipitare la Francia nella coabitazione. E sarebbe anche l’ultima possibilità per i partiti tradizionali di restare a galla nel sistema.

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Un Pennsylvania Path per Marine Le Pen?

Le Pen 2017

Marine Le Pen può vincere le elezioni francesi. Non solo il primo turno, dove potrebbe anche arrivare seconda, ma pure il ballottaggio diventando così il 25° Presidente della Repubblica Francese.

Affermo ciò basandomi su quella che io chiamo “socio-psefologia“, che mi ha portato l’8 novembre 2016 (in realtà un po’ prima) a determinare il vincitore delle elezioni USA basandomi non soltanto sugli aridi dati, ma integrandoli con i flussi elettorali e soprattutto con un’analisi del contesto sociale attuale.

Questo mio modello l’ho soprannominato “Pennsylvania Path“, perchè dimostravo come Trump potesse vincere – secondo i miei calcoli e le mie analisi – anche perdendo in Florida; cioè vincendo in Pennsylvania. La scelta non era casuale, sai per l’elevato numero di grandi elettori in palio, sia perchè era uno degli Stati più in bilico, dato alla Clinton da quei sondaggi che criticai anche in una presentazione all’Università della Valle d’Aosta poichè secondo il mio parere non tenevano in conto di due cose: il trend e soprattutto la spinta e la motivazione degli elettori, ovvero la differenza fondamentale tra il dire di voler votare per un candidato e il farlo davvero a distanza del tempo trascorso dal sondaggio, senza contare la percentuale di restii ad esporsi verso un candidato dipinto e visto così negativamente dalla società, ma finendo inevitabilmente trascinato, soprattutto nelle ultime ore e nel momento del voto, da quella stessa società a votare per il candidato che riusciva ad offrire un motivo in più per assegnare il voto. La vera sorpresa, che mi ha spinto a teorizzare il modello, è stato il fatto che Trump ottenne il numero richiesto di grandi elettori necessario proprio vincendo in Pennsylvania. E l’ha fatto seguendo il mio modello: la Clinton ha registrato un risultato peggiore di Obama non riuscendo a portare alle urne tutto il suo potenziale elettorato, mentre Trump ha fatto meglio di Romney strappando lo Stato ai Democratici dopo 28 anni e soprattutto ottenendo i fondamentali 20 grandi elettori (che gli avrebbero concesso di vincere appunto perdendo anche in Florida).

Ora che ho ideato questo modello, noto che può essere utilizzato anche in Francia. Infatti, il ballottaggio è una sfida a due dove vince chi porta più sostenitori a votare, come succede di solito nelle democrazie in base ai vari sistemi elettorali. Gli avversari della Le Pen sono facilmente ascrivibili all’establishment molto criticato da Trump, e non sono così forti in quanto: Macron non ha un partito e ciò può essere letale in quanto manca un’organizzazione radicata sul territorio che possa far fronte a 15 giorni di campagna elettorale stremante, e ha un programma molto debole e spoglio che può metterlo in difficoltà in un dibattito che vada più nello specifico; Fillon è sovrastato da scandali che le permettono a malapena di galleggiare; Melenchon ha raggiunto il massimo del suo bacino di voti perchè li pesca soltanto dal disintegrato PS ai minimi storici del povero Hamon che, essendo anche un esponente della sinistra del partito, si vede il partito svuotato da sinistra appunto da Melenchon – che raggiungerà il massimo storico e per ora possibile – e da destra da Macron, sostenuto da Valls ed espressione di un centro-sinistra che potrebbe però risentire dell’etichetta di establishment per essere stato il ministro dell’Economia di Hollande. Non un bel biglietto da visita per quello che potrebbe essere il rivale della Le Pen. Melenchon invece non sembra in grado di poter erodere il consenso del centro e della destra e quindi la sua percentuale è probabilmente già satura, ai danni infatti del PS.

Si prospetta dunque una sfida molto simile a quella USA di 5 mesi fa, e gli ultimi fatti potrebbero spingere l’elettorato della Le Pen alla convinzione di andare alle urne e votare per lei, in maggior parte per gli attacchi terroristici in patria degli ultimi giorni in particolare ma non solo, e anche per contesti regionali come l’immigrazione o internazionali come la minaccia islamica e l’avversione alle istituzioni UE. Calcolando che l’elettorato più deciso, stando ai sondaggi, è quello della Le Pen, con il 70% degli intervistati che si dicono decisi della scelta a fronte del 55% dell’elettorato di Macron e Fillon, con questi numeri la vittoria della Le Pen è possibile. Sempre per il modello denominato “Pennsylvania Path”, o “socio-psefologico”.

La svendita del M5S all’UE

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Venerdì il Parlamento europeo ha posto fine al blocco che aveva imposto per la prima metà della legislatura al Movimento 5 Stelle: l’eurodeputata Laura Ferrara è stata eletta vicepresidente della commissione Giustizia del parlamento europeo. Niente di male, soprattutto in vista ed in conseguenza delle giravolte grilline sull’Europa, passando dall’essere anti-UE ed anti-euro a bramare un’alleanza con i più europeisti di tutti: gli eurofanatici dell’ALDE. La stranezza è che, guarda caso, il giorno prima l’Europarlamento ha revocato l’immunità a Marine Le Pen proprio grazie alla mozione della Ferrara.

Se l’eurodeputata fosse di una altro partito, sarebbe sufficiente per far gridare al complotto Grillo dal suo blog. Invece questa volta la tirata di orecchie arriva dal mio.

Infatti, a inizio legislatura gli altri eurodeputati avevano negato ai colleghi del M5S non solo la possibilità di essere eletti come vicepresidenti dell’Aula, ma anche come presidenti o vice nelle commissioni parlamentari e addirittura fu impedito loro di ottenere anche la guida di una semplice delegazione. Ma si vede che il corteggiamento ai paladini dell’euro e dell’UE e la mossa per cercare di mettere un bastone tra le ruote alla cavalcata della Le Pen in Francia hanno fatto cambiare idea sul loro conto. Almeno se l’elezione o la mozione contro Marine fossero avvenute ad una distanza un pochino maggiore, ci sarebbero stati meno dubbi in merito ad una vera e propria svendita di ideali in cambio di poltrone, della quale peraltro nessun giornalista o analista sembra essersene accorto.

La commissione Giustizia ha, guarda caso, anche il delicato compito di esaminare le richieste di immunità parlamentare presentate dai deputati”, ha ammesso proprio la Ferrara, dimostrando tutto l’acume dei 5 Stelle.

@AlessioErcoli

Due Vaffa e due misure

Fino a qualche settimana fa pensavo che i grillini non avessero una politica da perseguire, ma mi sbagliavo. Di recente ho scoperto che una politica ce l’hanno, quella del “due Vaffa e due misure”.
La storia ormai la sanno tutti: la consigliera comunale nonchè ex candidata sindaco di Biella, Antonella Buscaglia, se la prende con quelli che tirano un sospiro di sollievo per la fine del pericolo posto in essere dal terrorista Anis Amri e, mentre il poliziotto che ha rischiato la vita per salvare quella di altre potenziali vittime del jihadista armato a Sesto San Giovanni viene ricoverato in ospedale a causa del conflitto a fuoco, da Biella la Buscaglia scrive un post (quello nell’immagine sopra) nel quale definisce le persone felici per l’epilogo di quei giorni terribili e per la salvezza dell’agente dei “falsi”. Ma non si ferma qui. Dichiara che il poliziotto ha fatto “SOLTANTO” (scritto proprio in stampatello) il suo dovere, come se ogni poliziotto sia diventato tale per vocazione di uccidere e se non ammazzi un terrorista ma fai solo “multe e dirigi il traffico” allora non svolgi bene il tuo dovere di poliziotto.

Ma la ciliegina dell’incoerenza arriva alla fine, quando esprime a tutti i lettori del social un “mavaffanculovà”. Ora, l’incoerenza diventa perfetta coerenza, quasi linea politica, se si pensa che è un esponente del M5S e deve seguire gli insegnamenti del leader/megafono del Movimento, che ha fatto la fortuna politica con gli insulti e appunto con i Vaffa, arrivando perfino ad istituire il “Vaffa day”! Ma per i 5 Stelle gli insulti vanno bene solo se sono rivolti ad esponenti di altri partiti e quindi corrotti e marci, mentre loro essendo puri e casti non si possono toccare, neanche usando il mezzo preferito del M5S, che l’ha aiutato e non poco nella scalata a quel potere che dicono di voler combattere… fino a quando non lo raggiungono. Ma come? Ora la Buscaglia querela 795 persone perchè hanno fatto esattamente quello che i grillini fanno quotidianamente, ovvero lanciare insulti sulla rete e sui social? Suvvia, un po’ di intelligenza: se non si è capaci di affrontare un dibattito politico senza ripararsi per le vie legali (altra stranezza tutta 5 Stelle) perlomeno si pensi che tutti quelli che, leggendo il suo post, si sono sentiti racchiusi nella categoria che lei definisce dei “falsi”, potrebbero querelarla. Sia per diffamazione sia per l’insulto del “mavaffanculovà” che però se è a 5 Stelle va bene.

Se quando la tua politica, sopportata dagli avversari, ti viene usata contro e la reazione è querelare tutti, allora è meglio non fare più politica.

@AlessioErcoli

La politica geostrategica di Trump tra Cina e Taiwan


Solo un ingenuo può pensare che l’incidente diplomatico tra il presidente eletto Trump e il presidente taiwanese Tsai Ying-wen sia davvero un incidente. Il team di Trump non è costituito da inesperti o incompetenti, come pure autorevoli giornalisti scrivono, ma da esperti strateghi conoscitori delle relazioni internazionali e da visionari che provano ad intraprendere una strada diversa in questa relazione, che soltanto alcuni studiosi di politica internazionale e geopolitica sembrano comprendere.

Risulta evidente che ovviamente non sia stato Trump a telefonare al presidente taiwanese – come erroneamente più volte riportato da autorevoli periodici – ma che al contrario la chiamata l’abbia ricevuta. Ma anziché proseguire sulla “one China policy” che prevede il riconoscimento di un Paese e due sistemi, per il quale solo la Repubblica popolare cinese è riconosciuta e solo con essa si possono avere contatti ufficiali, mentre la Repubblica di Cina (ovvero Taiwan) va bene sono per commerciare – preferibilmente armi – Trump ha alzato la cornetta, facendo saltare sulla sedia politici e diplomatici di tutto il mondo. Ma la sua giustificazione per la prima volta rende possibile porre al centro del dibattito internazionale la condizione di svantaggio di Taiwan, che si trova ad essere isolata dalla società internazionale, senza capire appunto “perché si possono stringere accordi con essa ma non dialogare?”

Questa strategia geopolitica di Trump e dei suoi consiglieri più fidati si lega con i rapporti che il magnate già intratteneva con quello Stato de facto e con la visita di Reince Priebus (presidente del partito Repubblicano e ora capo di Gabinetto di Trump) a Tsai Ying-wen avvenuta qualche mese fa. Ma andando più in profondità, risulta evidente che il fine è quello di tastare il terreno per provare a vedere le prime reazioni della Cina al tentativo degli nuovi USA made in Trump, che mirano a frenare l’avanzata cinese e la delocalizzazione delle imprese USA in Cina. Con questa risposta, Trump ha legittimato Taiwan e ha ammesso l’esistenza di un’altra Cina: quella di Chiang Kai-shek espulsa dall’ONU nel 1971, accusata di occupare un seggio illegale.

Infatti, tutto iniziò con la risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite numero 2758 del novembre 1971, che stabiliva la Repubblica popolare cinese come unico interlocutore e unico rappresentante della Cina. Questa politica venne portata avanti dal Presidente Nixon e progettata da Kissinger, ed ebbe come conseguenza quella di creare le fondamenta per lo sviluppo economico e sociale della Cina. Quello stesso sviluppo che ora Trump vuole rallentare poichè mina le aziende e di conseguenza l’economia dell’America che vuole rendere Great Again, e per farlo deve innanzitutto indebolire il nemico numero 1.

Trump ha basato la sua campagna elettorale sul riportare lavoro e imprese negli USA, e nel trattenere quelle che vorrebbero andarsene, allettate da tasse più basse e minori costi derivanti dallo sfruttamento della manodopera. Ora ha trovato, nel Taipei che vuole riallacciare i rapporti con Washington in risposta alle ultime politiche del pre-Obama, un appoggio per minare lo status quo delle relazioni geostrategiche e provare a trarne vantaggio. 

D’altronde, cosa ci si aspettava? Il gioco dei nervi è appena iniziato, ancora prima dell’insediamento ufficiale. Tenetevi forte.

MGP in visita all’Europarlamento di Strasburgo

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Anche il Movimento Giovani Padani di Biella ha partecipato alla visita dell’Europarlamento di Strasburgo nella 3 giorni organizzata dal Movimento con il gruppo europarlamentare della Lega Nord, diventato ormai un appuntamento fisso nel calendario degli eventi MGP. La delegazione biellese ha rappresentato la nostra provincia e assieme agli altri giovani ha esposto cartelli contro l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea e uno striscione che recitava: “Potete imporci i vostri governi, ma non potrete mai toglierci la nostra libertà!”. Alessio Ercoli, coordinatore del MGP Biella, spiega: “Questa iniziativa del partito rivolta a noi giovani è un’importante opportunità per rendersi conto dell’attività svolta dai nostri rappresentanti nell’Europarlamento, dove la Lega Nord rappresenta ad oggi una linea chiara e coerente, al di fuori degli schemi destra-sinistra che in Europa sono allineati su decisioni per noi demenziali, come ad esempio il dialogo con la Turchia di Erdogan per il suo ingresso nell’UE in cambio di miliardi di euro pagati anche da noi, oppure le sanzioni alla Russia, che sono state proprio ieri estese fino alla metà del 2017, e che sono costate al nostro Paese miliardi di euro in commercio e centinaia di posti di lavoro. Durante la permanenza a Strasburgo è stato con noi Matteo Salvini, a dimostrazione della differenza tra la vicinanza umana del nostro leader e la distanza delle élite di quell’establishment che sta logorando il popolo. La parte più bella del viaggio è stato vedere negli occhi dei ragazzi la felicità per questa opportunità che solo il MGP sa offrire”.

LA VITTORIA DI TRUMP TRA PERDENTI E DOMANDE

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9 novembre 2016. Non un giorno qualsiasi, non un anno qualsiasi. Ma il giorno e l’anno in cui è stato eletto 45° Presidente degli Stati Uniti d’America Donald John Trump. Una vittoria inaspettata dalla maggior parte degli esperti e da chi non vive negli USA, tra wishful thinking e comunicazione altamente canalizzata, ma alla quale Trump credeva fin dall’inizio e ha creduto fino alla fine. Ma una vittoria che comporta anche 4 categorie di sconfitti:

La prima è quella dei mezzi di comunicazione mainstream, dei media facenti capo all’establishment, che vanno dai quotidiani alle tv, dai giornalisti ai conduttori passando per gli editorialisti. Sembravano i surrogati dei mezzi di campagna elettorale della Clinton. Tutti schierati per la Democratica, a tal punto che sembrava che alcuni articoli o editoriali fossero inviati direttamente dai campaign manager della Clinton ai media che poi li dovevano soltanto pubblicare sulle loro pagine. A questa squadra di mass media schierati per la Clinton, Trump è stato bravo a contrapporre i suoi social media, con una pagina Facebook da 12 milioni e mezzo di “mi piace” e video che raggiungevano 10 milioni di utenti. Con questi numeri che farebbero impallidire l’Huffington Post, il suo communication strategy team ha creato una contro-informazione tale da raggiungere più elettori delle testate giornalistiche più lette.

La seconda categoria racchiude le celebrities che hanno fatto l’endorsement per la Clinton e ne sono uscite miseramente sconfitte, con la prova che spostano zero voti e quindi non fanno la minima presa sul popolo. Anzi, a mio parere il fatto che chi (si) spendeva di più per la Clinton fossero grandi banche e star della tv o musicali ben lontani dai problemi della gente comune, abbia alienato a lei ulteriori fette dell’elettorato, irritati dal vedere che il suo appoggio avveniva in maggior parte da grandi giri di denaro.

Sono stati sconfitti anche i pregiudizi con i quali veniva visto Trump e che erano l’esatto contrario della realtà, montati ad arte dalla macchina del fango che andava a senso unico contro di lui, soltanto perché le sue opinioni e le sue proposte collidevano con la volontà del finto progresso dem-universalista.

Ma il vero sconfitto è l’anatra zoppa Obama, una delle maggiori cause umane della sconfitta della Clinton e soprattutto della vittoria di Trump. Un Presidente che si è speso moltissimo per la candidata Democratica, il che la rendeva agli occhi dell’elettorato – giustamente – molto debole. Ma anche l’artefice di una serie di provvedimenti che hanno causato e in alcuni casi aumentato il malcontento. Per non parlare del cavallo di battaglia di Obama, l’Obamacare: un vero disastro per molti americani che, dopo avergli creduto per due elezioni, hanno voltato le spalle alla sua eredità politica.

Ma dopo l’incredibile vittoria di Trump, sono due le domande che bisogna porsi, al netto di pareri personali o non, che si sono rivelati fallaci:

La prima è se si possa arrivare ad insultare in questo modo un candidato che qualche giorno dopo potrebbe diventare il Presidente di uno dei Paesi più importanti e potenti al mondo, soltanto perché esprime concezioni diverse dalle proprie e le idee in una maniera che non piace. Si può, cioè, insultare pesantemente (come ha fatto il vergognoso Robert De Niro) un potenziale futuro Presidente USA, che un domani potrebbe dover rappresentare l’unità della Nazione e tutti i cittadini? Per giunta definendolo maleducato, rozzo e volgare, salvo poi dirgliene di ben peggio (cane, porco, bastardo…)?

E quanta fiducia possiamo ancora avere nei sondaggisti? Partendo dal presupposto che dei mezzi di comunicazione non ne possiamo avere, perché palesemente pilotati al punto che invece di fare informazione scrivono articoli per indirizzare il pensiero del lettore al loro o verso chi servono, la domanda tragica e finale è: possiamo ancora fidarci di chi dovrebbe usare metodi scientifici ed è considerato tra i maggiori esperti della materia, a volte addirittura un guru, ma poi risulta sbagliare clamorosamente le previsioni delle quali era praticamente sicuro? E se è stato un errore, che può sempre avvenire per carità – tant’è che avevano lasciato un 6% di speranza a Trump (i più ottimisti un 15%) – in questo errore quanto c’è di sbagliato in calcoli in analisi e quanto invece di wishful thinking ovvero di auto convincimento che andrà tutto come si spera e si pensa anche se i dati dicono diversamente, o peggio quanto c’è di ritocchi, modifiche, aggiustamenti, tattica per spostare voti con i sondaggi e i soliti articoli?

Sono questi gli sconfitti e le domande che, a parer mio, ci portano all’uscita di una delle peggiori presidenze USA degli ultimi anni e di una gestione pericolosamente pilotata della comunicazione, e potrebbero portarci verso una maggiore democrazia in un Paese che democratico non lo è stato mai. Comunque la pensiate, lasciate lavorare il Presidente Trump.