Due Vaffa e due misure

Fino a qualche settimana fa pensavo che i grillini non avessero una politica da perseguire, ma mi sbagliavo. Di recente ho scoperto che una politica ce l’hanno, quella del “due Vaffa e due misure”.
La storia ormai la sanno tutti: la consigliera comunale nonchè ex candidata sindaco di Biella, Antonella Buscaglia, se la prende con quelli che tirano un sospiro di sollievo per la fine del pericolo posto in essere dal terrorista Anis Amri e, mentre il poliziotto che ha rischiato la vita per salvare quella di altre potenziali vittime del jihadista armato a Sesto San Giovanni viene ricoverato in ospedale a causa del conflitto a fuoco, da Biella la Buscaglia scrive un post (quello nell’immagine sopra) nel quale definisce le persone felici per l’epilogo di quei giorni terribili e per la salvezza dell’agente dei “falsi”. Ma non si ferma qui. Dichiara che il poliziotto ha fatto “SOLTANTO” (scritto proprio in stampatello) il suo dovere, come se ogni poliziotto sia diventato tale per vocazione di uccidere e se non ammazzi un terrorista ma fai solo “multe e dirigi il traffico” allora non svolgi bene il tuo dovere di poliziotto.

Ma la ciliegina dell’incoerenza arriva alla fine, quando esprime a tutti i lettori del social un “mavaffanculovà”. Ora, l’incoerenza diventa perfetta coerenza, quasi linea politica, se si pensa che è un esponente del M5S e deve seguire gli insegnamenti del leader/megafono del Movimento, che ha fatto la fortuna politica con gli insulti e appunto con i Vaffa, arrivando perfino ad istituire il “Vaffa day”! Ma per i 5 Stelle gli insulti vanno bene solo se sono rivolti ad esponenti di altri partiti e quindi corrotti e marci, mentre loro essendo puri e casti non si possono toccare, neanche usando il mezzo preferito del M5S, che l’ha aiutato e non poco nella scalata a quel potere che dicono di voler combattere… fino a quando non lo raggiungono. Ma come? Ora la Buscaglia querela 795 persone perchè hanno fatto esattamente quello che i grillini fanno quotidianamente, ovvero lanciare insulti sulla rete e sui social? Suvvia, un po’ di intelligenza: se non si è capaci di affrontare un dibattito politico senza ripararsi per le vie legali (altra stranezza tutta 5 Stelle) perlomeno si pensi che tutti quelli che, leggendo il suo post, si sono sentiti racchiusi nella categoria che lei definisce dei “falsi”, potrebbero querelarla. Sia per diffamazione sia per l’insulto del “mavaffanculovà” che però se è a 5 Stelle va bene.

Se quando la tua politica, sopportata dagli avversari, ti viene usata contro e la reazione è querelare tutti, allora è meglio non fare più politica.

@AlessioErcoli

La politica geostrategica di Trump tra Cina e Taiwan


Solo un ingenuo può pensare che l’incidente diplomatico tra il presidente eletto Trump e il presidente taiwanese Tsai Ying-wen sia davvero un incidente. Il team di Trump non è costituito da inesperti o incompetenti, come pure autorevoli giornalisti scrivono, ma da esperti strateghi conoscitori delle relazioni internazionali e da visionari che provano ad intraprendere una strada diversa in questa relazione, che soltanto alcuni studiosi di politica internazionale e geopolitica sembrano comprendere.

Risulta evidente che ovviamente non sia stato Trump a telefonare al presidente taiwanese – come erroneamente più volte riportato da autorevoli periodici – ma che al contrario la chiamata l’abbia ricevuta. Ma anziché proseguire sulla “one China policy” che prevede il riconoscimento di un Paese e due sistemi, per il quale solo la Repubblica popolare cinese è riconosciuta e solo con essa si possono avere contatti ufficiali, mentre la Repubblica di Cina (ovvero Taiwan) va bene sono per commerciare – preferibilmente armi – Trump ha alzato la cornetta, facendo saltare sulla sedia politici e diplomatici di tutto il mondo. Ma la sua giustificazione per la prima volta rende possibile porre al centro del dibattito internazionale la condizione di svantaggio di Taiwan, che si trova ad essere isolata dalla società internazionale, senza capire appunto “perché si possono stringere accordi con essa ma non dialogare?”

Questa strategia geopolitica di Trump e dei suoi consiglieri più fidati si lega con i rapporti che il magnate già intratteneva con quello Stato de facto e con la visita di Reince Priebus (presidente del partito Repubblicano e ora capo di Gabinetto di Trump) a Tsai Ying-wen avvenuta qualche mese fa. Ma andando più in profondità, risulta evidente che il fine è quello di tastare il terreno per provare a vedere le prime reazioni della Cina al tentativo degli nuovi USA made in Trump, che mirano a frenare l’avanzata cinese e la delocalizzazione delle imprese USA in Cina. Con questa risposta, Trump ha legittimato Taiwan e ha ammesso l’esistenza di un’altra Cina: quella di Chiang Kai-shek espulsa dall’ONU nel 1971, accusata di occupare un seggio illegale.

Infatti, tutto iniziò con la risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite numero 2758 del novembre 1971, che stabiliva la Repubblica popolare cinese come unico interlocutore e unico rappresentante della Cina. Questa politica venne portata avanti dal Presidente Nixon e progettata da Kissinger, ed ebbe come conseguenza quella di creare le fondamenta per lo sviluppo economico e sociale della Cina. Quello stesso sviluppo che ora Trump vuole rallentare poichè mina le aziende e di conseguenza l’economia dell’America che vuole rendere Great Again, e per farlo deve innanzitutto indebolire il nemico numero 1.

Trump ha basato la sua campagna elettorale sul riportare lavoro e imprese negli USA, e nel trattenere quelle che vorrebbero andarsene, allettate da tasse più basse e minori costi derivanti dallo sfruttamento della manodopera. Ora ha trovato, nel Taipei che vuole riallacciare i rapporti con Washington in risposta alle ultime politiche del pre-Obama, un appoggio per minare lo status quo delle relazioni geostrategiche e provare a trarne vantaggio. 

D’altronde, cosa ci si aspettava? Il gioco dei nervi è appena iniziato, ancora prima dell’insediamento ufficiale. Tenetevi forte.

MGP in visita all’Europarlamento di Strasburgo

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Anche il Movimento Giovani Padani di Biella ha partecipato alla visita dell’Europarlamento di Strasburgo nella 3 giorni organizzata dal Movimento con il gruppo europarlamentare della Lega Nord, diventato ormai un appuntamento fisso nel calendario degli eventi MGP. La delegazione biellese ha rappresentato la nostra provincia e assieme agli altri giovani ha esposto cartelli contro l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea e uno striscione che recitava: “Potete imporci i vostri governi, ma non potrete mai toglierci la nostra libertà!”. Alessio Ercoli, coordinatore del MGP Biella, spiega: “Questa iniziativa del partito rivolta a noi giovani è un’importante opportunità per rendersi conto dell’attività svolta dai nostri rappresentanti nell’Europarlamento, dove la Lega Nord rappresenta ad oggi una linea chiara e coerente, al di fuori degli schemi destra-sinistra che in Europa sono allineati su decisioni per noi demenziali, come ad esempio il dialogo con la Turchia di Erdogan per il suo ingresso nell’UE in cambio di miliardi di euro pagati anche da noi, oppure le sanzioni alla Russia, che sono state proprio ieri estese fino alla metà del 2017, e che sono costate al nostro Paese miliardi di euro in commercio e centinaia di posti di lavoro. Durante la permanenza a Strasburgo è stato con noi Matteo Salvini, a dimostrazione della differenza tra la vicinanza umana del nostro leader e la distanza delle élite di quell’establishment che sta logorando il popolo. La parte più bella del viaggio è stato vedere negli occhi dei ragazzi la felicità per questa opportunità che solo il MGP sa offrire”.

LA VITTORIA DI TRUMP TRA PERDENTI E DOMANDE

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9 novembre 2016. Non un giorno qualsiasi, non un anno qualsiasi. Ma il giorno e l’anno in cui è stato eletto 45° Presidente degli Stati Uniti d’America Donald John Trump. Una vittoria inaspettata dalla maggior parte degli esperti e da chi non vive negli USA, tra wishful thinking e comunicazione altamente canalizzata, ma alla quale Trump credeva fin dall’inizio e ha creduto fino alla fine. Ma una vittoria che comporta anche 4 categorie di sconfitti:

La prima è quella dei mezzi di comunicazione mainstream, dei media facenti capo all’establishment, che vanno dai quotidiani alle tv, dai giornalisti ai conduttori passando per gli editorialisti. Sembravano i surrogati dei mezzi di campagna elettorale della Clinton. Tutti schierati per la Democratica, a tal punto che sembrava che alcuni articoli o editoriali fossero inviati direttamente dai campaign manager della Clinton ai media che poi li dovevano soltanto pubblicare sulle loro pagine. A questa squadra di mass media schierati per la Clinton, Trump è stato bravo a contrapporre i suoi social media, con una pagina Facebook da 12 milioni e mezzo di “mi piace” e video che raggiungevano 10 milioni di utenti. Con questi numeri che farebbero impallidire l’Huffington Post, il suo communication strategy team ha creato una contro-informazione tale da raggiungere più elettori delle testate giornalistiche più lette.

La seconda categoria racchiude le celebrities che hanno fatto l’endorsement per la Clinton e ne sono uscite miseramente sconfitte, con la prova che spostano zero voti e quindi non fanno la minima presa sul popolo. Anzi, a mio parere il fatto che chi (si) spendeva di più per la Clinton fossero grandi banche e star della tv o musicali ben lontani dai problemi della gente comune, abbia alienato a lei ulteriori fette dell’elettorato, irritati dal vedere che il suo appoggio avveniva in maggior parte da grandi giri di denaro.

Sono stati sconfitti anche i pregiudizi con i quali veniva visto Trump e che erano l’esatto contrario della realtà, montati ad arte dalla macchina del fango che andava a senso unico contro di lui, soltanto perché le sue opinioni e le sue proposte collidevano con la volontà del finto progresso dem-universalista.

Ma il vero sconfitto è l’anatra zoppa Obama, una delle maggiori cause umane della sconfitta della Clinton e soprattutto della vittoria di Trump. Un Presidente che si è speso moltissimo per la candidata Democratica, il che la rendeva agli occhi dell’elettorato – giustamente – molto debole. Ma anche l’artefice di una serie di provvedimenti che hanno causato e in alcuni casi aumentato il malcontento. Per non parlare del cavallo di battaglia di Obama, l’Obamacare: un vero disastro per molti americani che, dopo avergli creduto per due elezioni, hanno voltato le spalle alla sua eredità politica.

Ma dopo l’incredibile vittoria di Trump, sono due le domande che bisogna porsi, al netto di pareri personali o non, che si sono rivelati fallaci:

La prima è se si possa arrivare ad insultare in questo modo un candidato che qualche giorno dopo potrebbe diventare il Presidente di uno dei Paesi più importanti e potenti al mondo, soltanto perché esprime concezioni diverse dalle proprie e le idee in una maniera che non piace. Si può, cioè, insultare pesantemente (come ha fatto il vergognoso Robert De Niro) un potenziale futuro Presidente USA, che un domani potrebbe dover rappresentare l’unità della Nazione e tutti i cittadini? Per giunta definendolo maleducato, rozzo e volgare, salvo poi dirgliene di ben peggio (cane, porco, bastardo…)?

E quanta fiducia possiamo ancora avere nei sondaggisti? Partendo dal presupposto che dei mezzi di comunicazione non ne possiamo avere, perché palesemente pilotati al punto che invece di fare informazione scrivono articoli per indirizzare il pensiero del lettore al loro o verso chi servono, la domanda tragica e finale è: possiamo ancora fidarci di chi dovrebbe usare metodi scientifici ed è considerato tra i maggiori esperti della materia, a volte addirittura un guru, ma poi risulta sbagliare clamorosamente le previsioni delle quali era praticamente sicuro? E se è stato un errore, che può sempre avvenire per carità – tant’è che avevano lasciato un 6% di speranza a Trump (i più ottimisti un 15%) – in questo errore quanto c’è di sbagliato in calcoli in analisi e quanto invece di wishful thinking ovvero di auto convincimento che andrà tutto come si spera e si pensa anche se i dati dicono diversamente, o peggio quanto c’è di ritocchi, modifiche, aggiustamenti, tattica per spostare voti con i sondaggi e i soliti articoli?

Sono questi gli sconfitti e le domande che, a parer mio, ci portano all’uscita di una delle peggiori presidenze USA degli ultimi anni e di una gestione pericolosamente pilotata della comunicazione, e potrebbero portarci verso una maggiore democrazia in un Paese che democratico non lo è stato mai. Comunque la pensiate, lasciate lavorare il Presidente Trump.

Quello di Roma è il vero M5S

Quando sei un partito ma vuoi chiamarti Movimento (o MoVimento) e non essere associato agli altri seppure partecipi ugualmente alle elezioni e alla vita politica, ignorando il significato costituzionale della parola e quindi di fare parte di quella categoria, che non è un qualcosa per forza negativo o losco; quando, per accentuare la tua diversità dal resto che reputi marciume, appelli i tuoi esponenti “cittadino-portavoce” al posto del nome della carica, forse per metterti al riparo dall’autogol della frase che aveva preceduto la campagna elettorale “i politici sono dei ladri corrotti, tutti a casa!” e che ora vede i tuoi negli stessi panni degli altri; quando non hai uno statuto ma due regolamenti, dei quali uno di un “MoVimento” e l’altro di un altro “Movimento” che però è composto solo da 4 persone fino al 2015 e prima di essere considerato nullo veniva usato per espellere i tesserati dell’altro, ovvero quello che si presentava alle elezioni; quando basi tutto sulla democrazia diretta ma poi le decisioni si prendono su un blog gestito da una sola persona, che non appare mai e decide ogni cosa da dietro un pc, avvolta da un’aurea misteriosa, che è l’unico ad avere le chiavi di accesso ai codici del blog stesso e le quali votazioni avvengono solo tra i tesserati e per di più in orario lavorativo, spesso inoltre con accuse di vario tipo e contestazioni; quando basi tutto sulla trasparenza e l’onestà ma poi le statistiche dicono che hai più problemi del PD e quando arrivi a governare città medie ti sgretoli, città grandi implodi; quando la frequenza delle dirette streaming è inversamente proporzionata all’importanza di prendere decisioni in situazioni problematiche all’interno; quando il tuo esponente di spicco che vuole fare il Presidente del Consiglio dichiara di aver letto male un’email e non averla capita; quando una delle 5 Stelle è relativa ad un simbolo che è anche quello del tuo possibile fallimento come maggiore forza di opposizione e perlomeno di quella credibile: l’ambiente (del quale Muraro è assessore)… beh quando sei tutto questo non sei una barzelletta e neanche una forza politica seria, ma un misto tra le due cose. Come Grillo: un misto tra comicità e parvenza di politica. Ma la politica, quella vera, è “sangue e merda” come disse Rino Formica, mentre il M5S la merda la spara solo contro gli altri e il sangue lo fa venire freddo a chi legge certe loro dichiarazioni. Il problema è che il M5S sta facendo passare il messaggio che la politica sia tutto uno schifo, propagandando con demagogia di essere il migliore, e una folta schiera di cittadini esasperati si aggrappano a questa speranza e arrivano a credere ad ogni dichiarazione del megafono Grillo, del blog e dei parlamentari – ops, dei “cittadini-portavoce” – prendendone le difese nei momenti difficili dando la colpa agli altri, al sistema e a fantomatici complotti. Bisogna vedere, ed è interessante, fino a quando i fedelissimi resteranno tali, fino a quando daranno fiducia al partito che ha dimostrato di essere il più incoerente di tutti e per certi versi uguale agli altri, con le stesse debolezze (forse in alcuni casi e in parecchi ambiti maggiori) e gli stessi problemi, che di per se non lo rendono peggiore degli altri, ma è esso stesso che si pone in condizione di esserlo, perchè doveva essere il cambiamento, composto solo da gente onesta, super trasparente e con un codice disciplinario che però è valso solo quando e con chi ha fatto comodo.
Le conseguenze di avere rappresentanti totalmente impreparati e che non sanno dove si trovi Montecitorio e studiano la costituzione sui cd ora emergono. Ma esiste uno zoccolo duro che non si cura di ciò e neanche di altre questioni sollevate dai giornali. Alcuni neppure delle bugie e dai diversi trattamenti e modi di agire che emergono in queste ore, dando la colpa ai giornalisti e ai partiti (come loro). Insomma, la dottrina M5S funziona, e allora se si perde è un complotto e se si vince è allo stesso modo un complotto, se governano bene è merito loro e se governano male di chi c’era prima, se un esponente di un qualsiasi partito o che ricopra qualsiasi posizione è indagato deve dimettersi ma se indagano uno della loro giunta diventano garantisti.

Di Maio dice, ancora il 6 settembre, di non saperne niete (e non di aver letto male l’email), la Raggi di non avere informato Grillo e Di Maio (bell’esempio di trasparenza!) il quale però era stato informato da Paola Taverna (informata a sua volta dalla Raggi, che quando dice di aver informato i vertici si riferisce al direttorio romano). Addirittura Di Maio chiede se qualcuno era stato preallertato (certo, lui!), e alla domanda di Grillo se il direttorio ne sapesse qualcosa, rispondono di no, peccato che nel direttorio nazionale ci sia proprio di Maio! E se molti della base iniziano a manifestare i primi segnali di ribellione e a sollevare critiche, altri affilano le armi e si schierano con i vertici.

Ma vediamo cosa diceva l’email che Di Maio dice di non aver capito: «si parla di un’imminente notifica di un avviso di garanzia all’assessore per un’ipotesi di reato consistente in violazioni procedurali di verifica e di controllo prescritte dal Testo Unico dell’Ambiente. L’assessore in ogni caso è già indagata secondo quanto risulta dalla visura ex articolo 335». Assessore: quindi non avrebbe potuto confonderla con il numero uno di Ama, Daniele Fortini.

Criticare è la cosa più facile in politica, ma poi se si vuole ambire a forza di governo bisogna avere un programma, un progetto, una vision, gente preparata e competente, e scendere a patti, dialogare, collaborare. Il M5S non ha e non vuole nulla di questo. Forse perchè sta benissimo all’opposizione ed è consapevole, da ora ancora di più, che la sua politica del contro-tutti e contro-tutto senza proporre alternative attuabili e strutturate gli fa fare il pieno di voti, che rischia però di perdere qualche mese dopo essere messo alla prova. Sicuramente rischia di perdere credibilità e legittimità di forza alternativa. Sono finiti in un tornado creato da loro stessi, intrappolati nelle critiche e nelle denunce ingigantite in questi ultimi anni rivolte a quelli che stavano negli stessi palazzi dove ora si trovano loro. Sono responsabili dell’anti-politica e della sfiducia verso i partiti e i politici, che da loro cavallo di battaglia è diventato un cavallo di Troia.

Il vero M5S è quello che vediamo in questi giorni a Roma, e come ha detto Antonio Polito su Il Corriere del 7 settembre, spiace che molti cittadini ne rimarranno delusi. O ne siano già rimasti delusi. Io no, aspettavo solo quando accadesse, perchè viste le condizioni sopra citate era imprevedibile. Ci hanno messo meno di quello che credessi, ma mi hanno stupito solo una volta: a Torino. Lì, a quanto pare, non è il vero M5S.

Hollande come Trump, ma non per i media

Hollande come Trump, ma non per i media

La Francia vuole costruire una barriera a Calais, al confine con la Gran Bretagna, che pagherà per la sua costruzione.
Subito il parallelismo va alla proposta del Repubblicano Donald Trump in America – lì pagherà il Messico – oppure all’Ungheria governata da Orbàn (Fidesz), o alla Spagna del Partido Popular, o ancora all’Austria sempre più vicina al FPO di Strache e Hofer. Come abbiamo visto però, in questo caso i giornalisti non hanno dato la notizia come se fosse una proposta obbrobriosa, non l’hanno criticata come una decisione razzista-nazista-xenofoba-fascista, non hanno fatto cenno ai diritti umani nella loro patria, nessun partito è stato messo alla forca, nessun politico insultato.
Cosa diranno i pacifisti internazionalisti della sinistra nostrana? Si stracceranno le vesti contro il Presidente Hollande, Socialista come loro, o per uguale appartenenza politica taceranno? Una pesante critica sarebbe coerente, altrimenti la smettano di attaccare solo gli avversari in questi temi, perchè dimostrerebbero di non essere interessati alla questione in sè ma solo al becero scontro politico e ai voti.

Spagna: cause e sviluppi (possibili) dell’impasse politico

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Foto da El Pais

Sei mesi fa, sempre di notte, stavo commentando le elezioni generali spagnole. Ero, come sono ora, in sessione esami, ma a differenza di oggi ero a Barcellona e seguivo le elezioni e lo scrutinio con un interesse, un’emozione ed un coinvolgimento ancora maggiori. Ho avuto, allora, la fortuna di trovarmi sul “campo da gioco”, di parlare con la gente, confrontarmi con spagnoli (e catalani) e addirittura partecipare alla campagna elettorale sia agli incontri pubblici sia attivamente. Stasera, invece, ho seguito un po’ sui programmi tv spagnoli che riuscivo a prendere, tipo La1 e TVE24h, ho contattato un mio amico spagnolo, conosciuto durante l’Eramsus a Barcellona e ho letto alcune impressioni soprattutto dalla Catalunya. Queste sono le mie:

Innanzitutto bisogna trovare le cause di questo secondo turno improprio, perchè avvenuto ben 6 mesi dopo il primo: la legge elettorale, strutturata per un bipolarismo e per favorire il bipolarismo stesso; l’incapacità delle forze politiche di scendere a patti perchè da un lato i loro leader non sono abituati e dall’altro sono impauriti dal perdere voti; il rifiuto del Presidente in funzioni Rajoy (PP) di provare l’investitura e il tentativo invece fallito di Sanchez (PSOE) a causa del mancato appoggio di Podemos che ha impedito il raggiungimento dei 176 scranni necessari.

L’analisi dei voti di questa seconda tornata invece ci dice che per prima cosa i vincitori sono Mariano Rajoy e il suo PP, ma che continuano a non raggiungere la maggioranza assoluta di 176 scranni e quindi dovranno allearsi con qualcuno. Le ipotesi sono il PSOE di Sanchez, che ha fatto una cosa incredibile visti i sondaggi, ovvero mantenere il suo partito al primo posto nel centro-sinistra spagnolo, davanti a Podemos dato secondo i sondaggi al 25% e che chiude invece al 21%, mentre il PSOE dato al 21% chiude al 23%; Podemos appunto ma che sembra destinato a rimanere fuori dal governo sia per il fatto di fare paura data la sua percentuale e la sua anti-politica basata molto sull’anti-casta, sia perchè il PSOE, dopo il mancato patto di governo e per non rischiare il sorpasso evitato in questa tornata ma in extremis, non lo vuole e potrebbe avere la forza per tenerlo fuori; infine Ciudadanos, che perde a sorpresa molto non come percentuale (-0,88%) ma come eletti (8 in meno), sempre per colpa della legge elettorale e della ripartizione e allocazione dei seggi. In Catalunya ERC e CDC mantengono gli scranni di dicembre, rispettivamente 8 e 9, ma che sommati a PSOE e Podemos (quest’ultimo favorevole e proponente di un referendum per l’indipendenza della Catalunya) raggiungerebbero solo quota 173, 3 in meno di quelli necessari per formare un governo, ovvero la metà dei 350 totali che formano il Congreso de los diputados (Parlamento). Nei Paesi Baschi il PNV perde uno scranno (da 6 a 5) e questo causa l’impossibilità incredibile di una coalizione PP-C’s-PNV-CC (Canarie) a causa di un solo seggio: 175/176. La politica non è fatta solo di numeri, però sembra che l’unica alleanza possibile sia il classico governo PP-PSOE, magari potenziato con C’s, e con l’astensione di qualche gruppo politico. Però bisogna anche tenere presente che per il PSOE entrare in un governo a guida PP del solito Rajoy dandogli pieno appoggio potrebbe causare il suo suicidio politico. Fatto sta che sono da escludere nuove elezioni sia perchè gli spagnoli potrebbero disertare stanchi ed irritati, sia perchè non è concepibile per la Spagna  – abituata ad andare a dormire sapendo chi governerà dalla mattina seguente – stare per un anno senza governo. Se ora l’affluenza ha tenuto (-3,4%, da 73,2% a 69,8%), forse perchè era la prima volta che si votava in una seconda elezione, forse perchè erano ormai passati 6 mesi dal primo turno – molto di più delle amministrative o delle presidenziali di qualche altro Paese, che causano un’inevitabile crollo della partecipazione, ci sono però stati significativi spostamenti di voti: approssimativamente il PP guadagna rispetto le elezioni del 20 dicembre 2015 690.000 voti (passando da 123 a 137 seggi), il PSOE ne perde 106.000 (da 90 a 85 seggi), Ciudadanos 377.000 (da 40 a 32 seggi) e Unidos Podemos, ovvero Podemos alleatosi questa volta con Izquierda Unida, se si sommano anche tutti i vari pariti delle comunità autonome, sua espressione, perde ben oltre un milione di voti (ma la coalizione ottiene 71 seggi, come la somma dei 69 di Podemos e 2 di Unidad Popular nella quale era presente IU del 2015), come prova che una somma di partiti non corrisponde ad una somma numerica di voti… e neanche di seggi, che dipende in larga parte alla legge elettorale, mentre il risultato dipende da molti fattori molto lontani dall’aritmetica.

I flussi di voto hanno, secondo me, visto confluire i voti di C’s al PP a causa del tentativo dei primi di fare un governo con il PSOE di Sanchez, che ha messo allerta gli elettori di centrodestra, e anche a causa della tattica di Rajoy di puntare sul prendere il voto utile, perchè il PP avrebbe avuto più opportunità di formare un governo e di certo avrebbe avuto più peso politico durante le trattative. Dal centro di C’s non è molto probabile che siano scappati voti al PSOE e ancora meno a Podemos, mentre sembrerebbe che la coalizione Podemos-IU non abbia portato i frutti sperati anzi abbia fatto un enorme buco nell’acqua, perchè al di là dei seggi che rimangono gli stessi e quindi fanno venire meno l’utilità della coalizione, si è perso un milione di voti, e sembra che il PSOE alla fine abbia retto, anzi abbia vinto la sua battaglia personale contro e nella sinistra (+1,5% dagli avversari di Unidos Podemos). Però il risultato negativo in Andalucia (storica roccaforte socialista) e la mappa tutta azzurro PP indicano che forse una piccola trasfusione c’è stata, sempre in nome del voto utile, dopo aver visto che Sanchez non era riuscito a formare il governo. Inoltre la Brexit può aver causato uno stop all’avanzata Podemos-IU in favore invece questa volta proprio del PSOE, dove si sarebbe diretto un elettorato più moderato, più spaventato e più anziano ovvero abituato a votare i partiti tradizionali e sentendosi più al sicuro con loro. I due partiti storici rimangono primo e secondo, con il PP che addirittura guadagna voti (+691.000 voti, +4,3%, +14 seggi), e il PSOE che all’inizio dello scrutinio sembrava incrementare seggi ma che alla fine comunque non perde così tanti voti, soprattutto se paragonati a quelli che perdono assieme Podemos e IU.

In queste condizioni e con un PP che vince in tutte le Comunità autonome tranne nei Paesi Baschi e in Catalunya – che vanno tra l’altro non a partiti indipendentisti ma a Unidos Podemos – il Presidente in funzioni uscente Mariano Rajoy si candida di nuovo e più forte rispetto a dicembre 2015 alla conferma. L’aumento di voti e di riflesso di scranni mette PSOE e Podemos in una situazione per la quale se non si riuscisse a formare un governo la colpa ricadrebbe su di loro, vista la differenza di scranni in Parlamento e il distacco in percentuali rispetto al primo partito, che danno a Rajoy sia i numeri sia la legittimità per, questa volta sì, provare l’investitura. Durante il discorso a risultati ormai certi, Rajoy ha subito fatto capire ciò e confermato quello che diceva in campagna elettorale, ovvero che il partito che arriva primo inizia le trattative e il processo di investitura, mentre Albert Rivera di Ciudadanos si è affrettato a tagliarsi un posto nel tavolo delle trattative ma anche alla possibilità di tagliarsi fuori se i fini e le decisioni prese non andranno bene al suo partito; senza però esimersi dall’avanzare un’altra critica al sistema elettorale che a suo dire ha penalizzato il suo partito e che oggettivamente è confermato dai dati e dai voti che servono a C’s per fare un eletto in confronto agli altri partiti (100.000 a C’s, 57.000 al PP). Sanchez e Pablo Iglesias (Podemos) erano chiaramente delusi dal risultato, ma dopo essersi fatti la guerra tra loro per la leadership del centro-sinistra per decidere chi sarebbe stato il Primo Ministro in caso di vittoria, Iglesias dovrebbe esserlo di più perchè ha perso contro sondaggi, speranze e un pizzico di sua supponenza. Se El Pais dice che Sanchez si allontana in tutti i casi da una possibile investitura, che la sinistra retrocede e che Ciudadanos è la principale vittima di questo secondo voto, ora tocca al PP e a Rajoy trovare un patto per governare finalmente la Spagna, dopo 6 mesi e tante notti, troppe per un popolo che era abituato a svegliarsi al mattino ed ascoltare in tv chi era il nuovo Presidente.

Le due grilline al ballottaggio

Le due grilline al ballottaggio

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Chiara e Virginia. Sono le due candidate a 5 Stelle che domenica andranno al ballottaggio rispettivamente a Torino e a Roma. La prima ha una figlia appena nata, la seconda un figlio di 7 anni; Chiara ha studiato al liceo scientifico e poi economia, Virginia al liceo classico e poi giurisprudenza; entrambe sono sposate; ma Chiara ha 6 anni in meno di Virginia; entrambe hanno anche avuto un’esperienza come consigliere comunale, ma quando la Appendino è stata eletta nel 2011, la Raggi si era appena avvicinata al M5S (grazie al marito) e dovette aspettare 2 anni per entrare in Campidoglio. Se la Raggi ha un retroterra di sinistra, la Appendino – anche a causa dei suoi 31 anni appena – appare più lontana da questi accostamenti e dalla vicinanza, o meno, con Berlusconi.
Ma se nella capitale, per buona pace di Orfini, lo scenario profilatosi era praticamente scontato, nell’ex capitale era ancora aperta la possibilità – seppur sorretta da poche speranze – di una vittoria al primo turno dell’esperto e astuto Fassino. Tuttavia, avrei scommesso sicuramente sul M5S come sfidante del PD al ballottaggio anche a Torino, perché considero la Appendino il migliore esponente dei pentastellati. Migliore anche di Di Maio e del duo formato da Di Battista e Fico col quale ha chiuso la campagna elettorale. La reputo più vera e più convincente, di migliore presenza e impatto e non per il fatto di essere anche carina.
Sostanzialmente il mio pensiero di comparazione tra le due candidate è il seguente: se parla la Appendino prende voti, se parla la Raggi perde voti.
Sono arrivato a questa conclusione dopo aver ascoltato (devo ammetterlo, poche battute, ma va detto che hanno parlato poco) la Raggi sul palco di Roma e la Appendino in una trasmissione TV e sulla sua pagina Facebook. La prima era più impacciata, risultava tesa, quasi si impappinava, la voce tremava e pareva non sapesse cosa dire. Mentre la seconda era nettamente più decisa, sicura di sé e tagliente, presentava bene i punti e in modo chiaro, coinvolgendo l’ascoltatore e prendendosi anche una certa simpatia e gradevolezza.
Il punto è che a Roma il M5S avrebbe comunque fatto un exploit, dopo le ultime due disastrose amministrazioni: sono Giachetti ed il PD che hanno fatto un miracolo, non i 5 Stelle. A Torino, invece, il risultato della Appendino è sorprendente e ha sorpreso pure lo stesso Fassino, visibilmente preoccupato e sicuramente scocciato di dover aspettare il ballottaggio per vincere. I voti che il M5S ha preso a Roma sono voti dati al partito per una questione di impossibilità di votare altro, i voti presi dal M5S a Torino invece sono anche voti presi dalla Appendino. Inoltre, i dati di dicono che nelle città dove si fa politica e si amministra con la politica e non con i disastri, il M5S è fermo attorno al 10% o appena sopra, come a Milano e Bologna, mentre a Torino è al 30%, e non sono successi gli scandali di Roma, dove ha appena il 5% in più.
Vorrei sbagliarmi, ma al secondo turno a Torino vincerà il PD, perché l’elettorato del M5S pesca nell’astensione, nei delusi e negli arrabbiati, e queste categorie di persone difficilmente vanno al voto una seconda volta, perché sono già stanche e demotivate. La sinistra, invece, ha un elettorato che va a votare sempre, cosa che gli permette di riportare tutti alle urne 14 giorni dopo. Diverso è il discorso per Roma, dove tuttavia i 10,3 punti percentuali di vantaggio della Raggi potrebbero non essere sufficienti. Infatti, a tutti quelli che danno già per certa la sua elezione – visto il distacco – ricordo che in Austria Hofer aveva ben 14,8 punti di vantaggio su Van der Bellen, eppure al secondo turno ha perso. Va bene, in Austria si sono coalizzati tutti contro di lui, mentre a Roma alcuni partiti sperano che vinca il M5S, ma là al ballotaggio sono andati a votare più elettori che al primo turno. E sicuramente hanno votato a sinistra, consegnando la vittoria al verde.
Domani più persone andranno a votare e più aumenterà la possibilità per almeno una di queste due giovani candidate di diventare sindaco. Altrimenti avranno comunque fatto un risultato eccezionale, mettendo in forte difficoltà in PD e in imbarazzo Renzi. Ma più la Appendino.

Giovani Democratiche crescono (estremiste)

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Leggo attonito la risposta della consigliera comunale del PD Greta Cogotti ad un commento pieno di insulti verso una parte politica, anche la nostra, su Facebook, che non riporto perché mi fa ribrezzo. La giovane consigliera si dice d’accordo su tutto, quindi anche a “sporcarsi le mani” e negare il diritto di parola a chi la pensa diversamente. Vorrei chiedere alla Cogotti se è consapevole che coloro i quali volevano negare agli altri il diritto di manifestare le proprie opinioni e purtroppo le mani se le sono sporcare davvero erano proprio i fascisti, i quali metodi spesso la sua parte politica affibbia agli avversari, ma ai quali con questi commenti si avvicina pericolosamente. Vorrei chiedere ai Giovani Democratici (e sottolineo democratici), movimento politico al quale Cogotti fa parte, se si sentono rappresentati dalle parole della loro compagna, oppure in caso contrario di prendere le distanze e scusarsi pubblicamente per queste parole offensive. Inoltre vorrei sapere se è solo un pensiero della Cogotti oppure è un’idea alla quale concordano tutti i GD. Perché nel primo caso non vedo cosa ci stia a fare l’interessata in un movimento che si professa democratico e antifascista, nel secondo invece sarebbe il movimento stesso ad assumere pericolosi tratti fascisti che cozzano incoerentemente con quello che professano. Mi aspetto almeno una netta presa di posizione da parte del Segretario dei GD Biella: un comportamento del genere da parte di un consigliere è inqualificabile! Non credo che tutti quelli che hanno votato Partito Democratico si rispecchiano nelle sue parole e si sentono rappresentati da una persona che fa queste uscite sui social network mentre in consiglio è muta (per fortuna), e a questo punto si capisce perché.

Pannella, un coerente rivoluzionario pacifista

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Pannella era uno degli ultimi grandi politici del novecento che ancora lottava, lo faceva “sui marciapiedi” e con quella retorica della Prima Repubblica che ormai si è persa.
Su molte battaglie dei Radicali non ero d’accordo, ma oggettivamente va riconosciuta in lui piena onestà, massima dedizione sia mentale sia fisica alla politica e al prossimo, assoluta coerenza e grande spirito di solidarietà. Era un politico ma non solo. Era anche un attivista, un oratore, un guerriero.
Era diverso. Ma proprio questa sua diversità ha influito nella politica, negli outcome (i risultati, come si dice in politologia), nel pensiero della gente. Ha introdotto l’uso dei referendum per dare voce a tutti, soprattutto ai più deboli, dimenticati dai grandi partiti, in particolare DC e PCI. Per fare questo si è messo in gioco in prima persona ma non semplicemente andando ospite a qualche programma tv, alle tribune politiche o concedendosi ad interviste. Non si è limitato a quello. Ha messo in gioco se stesso come corpo e come fisico, con scioperi della fame e della sete, con arresti, con atti fuori dagli schemi e che facevano sempre notizia, imbavagliato, sempre con cartelli sulle spalle e addosso, vestito da fantasma mentre accusa il regime “di associati per delinquere contro la costituzione”, arrivando addirittura a regalare in diretta tv dell’hashish ad Alda d’Eusanio su Rai2; perchè in questo modo poteva far notizia, e voleva dire far passare il messaggio, comunicare su larga scala, informare, far sapere con queste azioni eversive la posizione dei Radicali, il lancio di un nuovo referendum, il pensiero su un tema oppure un’accusa, un problema, una mancanza di diritti.
Il suo modo di agire in poche parole era disobbedire per far riflettere la società (la polis) su una legge da correggere, per far scoppiare una rivoluzione per abbattere uno Stato che considerava “fuorilegge”.
Come ho detto, non sono un sostenitore di tutte le battaglie e di tutte le proposte dei Radicali, anzi lo criticavo spesso quando iniziava un nuovo sciopero che gli consumava il corpo o quando parlava di alcuni temi sui quali ero contrario, ma ho l’onestà intellettuale per dichiarare che era un onesto provocatore altruista e un coerente rivoluzionario pacifista.
Voglio ricordarlo con una sua frase: “Noi rischiamo di vivere, non di morire. Rischiano di morire coloro i quali restano a casa” (invece di andare a votare i referendum). Ecco sintetizzata la sua vita, una vita spesa fino all’ultimo con dedizione, una vita di battaglie durante le quali si è sempre messo in prima fila. E per quelle battaglie ha martoriato il suo corpo, che ora può riposare in pace.