La revoca del mandato di arresto europeo contro Puigdemont è per lui peggiorativa

La revoca del mandato di arresto europeo contro Puigdemont è se possibile peggiorativo per la condizione dell’ex Presidente catalano. Viene infatti confermata l’impossibilità di tornare in Catalunya senza essere arrestato e indagato per reati che prevedono decenni di anni di carcere. Puigdemont non potrà quindi fare campagna elettorale in patria nè tornare dopo le elezioni in libertà. Neanche se fosse confermato come Presidente.
Sarà una campagna elettorale dell’esilio, e conoscendo Puigdemont se la giocherà al massimo con un’altra strategia da seguire con ancora maggiore interesse.

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BI24_FLASH_LA LOTTA. Grazie ai Giovani Padani, la battaglia per la libertà del Popolo catalano è arrivata fino a Biella

Biella 24

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Un Pennsylvania Path per Marine Le Pen?

Le Pen 2017

Marine Le Pen può vincere le elezioni francesi. Non solo il primo turno, dove potrebbe anche arrivare seconda, ma pure il ballottaggio diventando così il 25° Presidente della Repubblica Francese.

Affermo ciò basandomi su quella che io chiamo “socio-psefologia“, che mi ha portato l’8 novembre 2016 (in realtà un po’ prima) a determinare il vincitore delle elezioni USA basandomi non soltanto sugli aridi dati, ma integrandoli con i flussi elettorali e soprattutto con un’analisi del contesto sociale attuale.

Questo mio modello l’ho soprannominato “Pennsylvania Path“, perchè dimostravo come Trump potesse vincere – secondo i miei calcoli e le mie analisi – anche perdendo in Florida; cioè vincendo in Pennsylvania. La scelta non era casuale, sai per l’elevato numero di grandi elettori in palio, sia perchè era uno degli Stati più in bilico, dato alla Clinton da quei sondaggi che criticai anche in una presentazione all’Università della Valle d’Aosta poichè secondo il mio parere non tenevano in conto di due cose: il trend e soprattutto la spinta e la motivazione degli elettori, ovvero la differenza fondamentale tra il dire di voler votare per un candidato e il farlo davvero a distanza del tempo trascorso dal sondaggio, senza contare la percentuale di restii ad esporsi verso un candidato dipinto e visto così negativamente dalla società, ma finendo inevitabilmente trascinato, soprattutto nelle ultime ore e nel momento del voto, da quella stessa società a votare per il candidato che riusciva ad offrire un motivo in più per assegnare il voto. La vera sorpresa, che mi ha spinto a teorizzare il modello, è stato il fatto che Trump ottenne il numero richiesto di grandi elettori necessario proprio vincendo in Pennsylvania. E l’ha fatto seguendo il mio modello: la Clinton ha registrato un risultato peggiore di Obama non riuscendo a portare alle urne tutto il suo potenziale elettorato, mentre Trump ha fatto meglio di Romney strappando lo Stato ai Democratici dopo 28 anni e soprattutto ottenendo i fondamentali 20 grandi elettori (che gli avrebbero concesso di vincere appunto perdendo anche in Florida).

Ora che ho ideato questo modello, noto che può essere utilizzato anche in Francia. Infatti, il ballottaggio è una sfida a due dove vince chi porta più sostenitori a votare, come succede di solito nelle democrazie in base ai vari sistemi elettorali. Gli avversari della Le Pen sono facilmente ascrivibili all’establishment molto criticato da Trump, e non sono così forti in quanto: Macron non ha un partito e ciò può essere letale in quanto manca un’organizzazione radicata sul territorio che possa far fronte a 15 giorni di campagna elettorale stremante, e ha un programma molto debole e spoglio che può metterlo in difficoltà in un dibattito che vada più nello specifico; Fillon è sovrastato da scandali che le permettono a malapena di galleggiare; Melenchon ha raggiunto il massimo del suo bacino di voti perchè li pesca soltanto dal disintegrato PS ai minimi storici del povero Hamon che, essendo anche un esponente della sinistra del partito, si vede il partito svuotato da sinistra appunto da Melenchon – che raggiungerà il massimo storico e per ora possibile – e da destra da Macron, sostenuto da Valls ed espressione di un centro-sinistra che potrebbe però risentire dell’etichetta di establishment per essere stato il ministro dell’Economia di Hollande. Non un bel biglietto da visita per quello che potrebbe essere il rivale della Le Pen. Melenchon invece non sembra in grado di poter erodere il consenso del centro e della destra e quindi la sua percentuale è probabilmente già satura, ai danni infatti del PS.

Si prospetta dunque una sfida molto simile a quella USA di 5 mesi fa, e gli ultimi fatti potrebbero spingere l’elettorato della Le Pen alla convinzione di andare alle urne e votare per lei, in maggior parte per gli attacchi terroristici in patria degli ultimi giorni in particolare ma non solo, e anche per contesti regionali come l’immigrazione o internazionali come la minaccia islamica e l’avversione alle istituzioni UE. Calcolando che l’elettorato più deciso, stando ai sondaggi, è quello della Le Pen, con il 70% degli intervistati che si dicono decisi della scelta a fronte del 55% dell’elettorato di Macron e Fillon, con questi numeri la vittoria della Le Pen è possibile. Sempre per il modello denominato “Pennsylvania Path”, o “socio-psefologico”.

Botti di fine anno (e di fine corsa)

Come conseguenza delle accuse di Washington di un hackeraggio ai danni del Partito democratico statunitense e in particolare della candidata Hillary Clinton, finita nella bufera emailgate e nella scoperta di un favoritismo nei suoi confronti ai danni di Bernie Sanders ai tempi delle primarie proprio da parte dell’establishment del comitato democratico, il 29 dicembre il Presidente uscente Obama ha annunciato l’espulsione di 35 diplomatici russi e delle loro famiglie entro 72 ore, ha colpito il FSB e il GRU, ha sanzionato 9 agenzie e ha confiscato due “dacie” ovvero complessi residenziali dell’Ambasciata russa.

Mosca continua a negare ogni coinvolgimento in simili azioni di hackeraggio, e anche se le sanzioni sono state accolte con grande eco dai media USA e anche da alcuni politici repubblicani, la verità è che gli USA non hanno alcuna prova di ciò che affermano.

La risposta della Russia è avvenuta in più fasi: dapprima con una serie di tweet nei quali si faceva cenno ad una violazione del diritto internazionale ed in particolare della Convenzione di Vienna (uscita dal portavoce del Cremlino Peskov e ripresa da WikiLeaks), poi lo stesso Peskov ha dichiarato che le sanzioni non erano considerate semplicemente come un atto ostile. In tutto questo, mentre venne dichiarato che la Russia avrebbe risposto il giorno successivo tramite Maria Zakharova – portavoce del ministero degli Esteri russo – l’Ambasciata russa in UK ha lanciato un tweet che trollava Obama con l’immagine di un’anatra e la scritta “LAME”.

Tutto questo fa sembrare più che il ritorno alla Guerra Fredda, lo spostamento definitivo verso una guerra cybernetica.

Il 30 dicembre, ovvero il giorno successivo, è arrivata la risposta di Putin ed ha spiazzato tutti: nonostante l’ipotesi di Lavrov “occhio per occhio” di espellere 35 diplomatici USA, il Presidente russo ha dichiarato che non solo non espellerà nessuno, ma ha persino invitato le famiglie e i bambini dei diplomatici americani allo spettacolo di fine anno al Cremlino. All la faccia della Clinton che lo tacciava di non avere un cuore…

L’analisi sintetizzata è che la Russia sta vincendo su ogni fronte. Se fosse una partita di calcio sarebbe sul 3-0: vittoria di Trump, situazione favorevole in Siria che la pone come la protagonista della vittoria e ora questa risposta che sul piano delle relazioni internazionali è una batosta politica e morale per Obama.

Obama sta cercando di distogliere l’attenzione dal protagonismo russo in Siria, dove si sta andando verso la vittoria di al-Asad sostenuto dalla Russia e alla sconfitta degli sterili USA, ma dall’altra parte cerca anche di giustificare la sconfitta della Clinton – per la quale si era speso molto in campagna elettorale – passando la patata bollente della colpa del disastro elettorale alla solita Russia, mentre è anche e non poco sua.

Ma le mosse di Obama potrebbero anche essere rivolte a Trump, per indebolirlo ed indurlo ad una scelta tra seguire la linea USA delle sanzioni anti-Russia oppure cambiare registro e policy internazionale. La risposta di Putin ha però messo Obama con le spalle al muro ed aperto una strada per la presidenza di Trump, che si è circondato di persone con ottimi rapporti ed ottime conoscenze del mondo russo.

Come uno che scopre che la fidanzata ha un amante, che preferisce e con il quale vorrebbe avere un futuro, ed allora inizia ad innervosirsi, a tramare, a fargli dispetti, ad escogitare piani per rendergli la vita difficile. Così si sta comportando Obama, concludendo la sua presidenza nel modo peggiore, calcolando anche le sue mosse con Israele che hanno causato una rottura dei rapporti ed una dichiarazione di Netanyahu nella quale, come d’altronde Putin, dichiara di aspettare la presidenza Trump per ripristinare o rivedere i rapporti con gli USA.

Nel G7 del 26 maggio a Taormina, l’Italia può svolgere un ruolo di pivot tra gli USA e la Russia. Putin nel messaggio di fine anno ha invitato Mattarella a Mosca, e Gentiloni è sicuramente più adeguato di Renzi a svolgere un compito che potrebbe essere rivoluzionario.

Il premio Nobel per la Pace più immeritato della storia – Obama – ci sta portando al sesto capitolo della Guerra Fredda: il conflitto cybernetico.

Gli americanisti dovrebbero essere contenti della sconfitta della Clinton, perché con Trump gli USA hanno l’ultima opportunità di contare ancora qualcosa a livello internazionale. Prima che la Russia diventi seriamente una potenza semi-egemone.

Capitolo IV: NO ad una riforma centralistica e lesiva delle autonomie locali

Capitolo III: No al bicameralismo confuso disegnato nella riforma costituzionale 

Capitolo II: NO ad una riforma che finge di tagliare i costi della politica per tagliare i diritti politici dei cittadini