Con la delegazione esteri di Lega Giovani in Francia per incontrare Marine Le Pen!

Con la delegazione esteri di Lega Giovani in Francia per incontrare Marine Le Pen!

Sabato 16 marzo una delegazione di Lega Giovani si è recata in Savoia per incontrare la leader del Rassemblement National Marine Le Pen e i giovani di Génération Nation. Da Biella erano presenti il coordinatore di Lega Giovani Biella, Alessio Ercoli, e Davide Superbo di Cossato.

I giovani con Marine Le Pen al meeting di La Rochette

La giornata ha visto i giovani della Lega impegnati sin dal mattino in un incontro con i giovani di Génération Nation, l’organizzazione giovanile che fa capo al Rassemblement National, nel Comune di Apremont. Nel corso della mattinata il numeroso gruppo di giovani ha ricevuto anche la visita della Presidente Marine Le Pen. Nel pomeriggio i giovani rappresentanti della Lega hanno potuto partecipare al meeting del partito a La Rochette, assieme ai giovani di Génération Nation e ad altri 600 francesi. La grande partecipazione all’evento non è altro che la risposta dei cittadini francesi all’attenzione posta dal Rassemblement nei confronti dei piccoli centri, delle zone rurali e montane e delle comunità locali.

La delegazione di Lega Giovani con Marine Le Pen ad Apremont

«Siamo davvero onorati dell’invito da parte dei nostri alleati francesi – dichiara Alessio Ercoli, Responsabile Esteri della Lega Giovani Piemonte – ed è stato un onore partecipare al meeting del Rassemblement National con Marine Le Pen e Nicolas Bay. Con il movimento giovanile di Génération Nation c’è un legame fortissimo che è andato strutturandosi in mesi di incontri che hanno rafforzato la coesione tra giovani che hanno un’idea di Europa diversa da quella portata avanti, con evidente fallimento, dal 1979 ad oggi. Questo fine settimana abbiamo coronato un cammino iniziato l’anno scorso e rafforzato da manifestazioni, eventi, incontri e soggiorni nell’arco alpino. Le montagne, infatti, uniscono i popoli e rinsaldano i legami. Siamo convinti che una solida collaborazione tra sovranisti europei possa difendere i confini soprattutto esterni dell’Unione europea, preservando i nostri territori e i nostri concittadini.

In questi mesi abbiamo posto le basi per cambiare un’Unione europea che tutti dicono di voler cambiare ma nessuno, oltre alla Lega, specifica come dovrebbe mutare, quali principi e quali norme dovrebbero essere riviste. Nessun movimento è in grado di offrire una valida alternativa che porti ad un cambiamento reale. In questi mesi la Lega sta lavorando per costituire un’alleanza per una nuova maggioranza nel Parlamento europeo che porti a un conseguente rinnovamento radicale della Commissione Europea. 

Il discorso di Marine Le Pen è stato esemplare. La critica a questo modello di Europa, schiava delle banche e dei mercati, è stata molto ferma. Un’Europa che doveva essere luogo di prosperità, ma che invece è caratterizzata dalla disoccupazione altissima, dalla precarietà, dall’instabilità e dalle immigrazioni di massa. Un’Europa che potrà salvarsi solo ponendo una maggiore attenzione al localismo, nella convinzione che la vera democrazia passi anche per la democrazia di prossimità e dunque dalla valorizzazione dell’autonomia.

Coloro che parlano di isolamento della Lega, in realtà temono soltanto che la struttura messa in piedi per soffocare i popoli e garantire il potere agli stessi gruppi possa subire un’inversione per merito ed in favore di chi fino ad oggi ha subito le politiche di una Unione europea sempre più lontana dai territori e dagli europei. Il 26 maggio, con l’aiuto dei cittadini che stanno finalmente prendendo coscienza dell’inganno di chi gli prometteva una prosperità che mai è arrivata, avremo l’occasione di portare una ventata di novità e di buonsenso anche in Europa!» 

Lega Giovani e Génération Nation assieme a Marine Le Pen
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Puigdemont in Belgio si gioca il tutto per tutto

Puigdemont in Belgio si gioca il tutto per tutto

 

Il Presidente catalano Carles Puigdemont, lunedì 30 ottobre ovvero il giorno in cui il procuratore di Madrid ha formalizzato le accuse di ribellione, sedizione e malversazione per lui e altri 14 membri del governo per aver “creato una crisi istituzionale culminata nella dichiarazione unilaterale di indipendenza” venerdì 27 ottobre, è partito in auto per Marsiglia da dove ha preso un volo per Bruxelles con i quattro membri del governo Joaquim Forn, Meritxell Borrás, Dolors Bassa e Antoni Comín.

Anche se Madrid non è preoccupata dal di fatto esilio di Puigdemont, perché ciò che interessava era che i politici indagati non entrassero negli uffici se non per prendere gli oggetti personali in poco tempo e che Puigdemont non si avvicinasse al Palau de la Generalitat, farebbe bene ad esserlo per la strategia incompresa che il Presidente ha messo in atto e continua a portare avanti.

Infatti, dopo aver passato la palla a Madrid e avendo fatto passare il governo di Rajoy come violento e anti-democratico, che non rispetta l’esito del referendum e dunque la volontà popolare ed è il solo a non voler il dialogo, Puigdemont non ha risposto alla domanda di Rajoy sulla dichiarazione di indipendenza e con l’approvazione da parte del Parlament della risoluzione che istituisce la Repubblica catalana – con uno stratagemma retorico per dichiarare l’indipendenza senza dichiararla (pena l’arresto) – a voto segreto di modo da rendere impossibile identificare i votanti a favore e quindi per quel motivo da arrestare, è arrivato fino a lunedì senza una accusa formale, e appena è stata ufficializzata ha scelto l’unica alternativa possibile al rischio di passare decenni in carcere. Da notare che, dopo l’approvazione della Ley de Transitoriedad che proclamava la Repubblica catalana, la palla passava al Govern per l’applicazione e l’inizio ufficiale del processo costituente. Non si è fatto in tempo, e questo ha permesso a Puigdemont di passare guai peggiori.

La vera domanda è: ma il nuovo Govern che scaturirà dalle elezioni del 21 dicembre – se avesse di nuovo una maggioranza indipendentista – potrà portare avanti (e forse a termine) il processo iniziato dopo il referendum del 1-O, anche se il Tribunal Constitucional annullerà la risoluzione sull’indipendenza, ai sensi della Ley de Transitoriedad (sempre che non venga dichiarata incostituzionale anch’essa), quindi iniziare il processo costituente con la società civile come previsto dalla stessa legge, oppure si vedrà impossibilitato a causa dell’annullamento e quindi dell’invalidità dei provvedimenti? Sempre fermo restando che il 155 resterà in vigore anche dopo le elezioni, se Madrid vorrà.

Ma ora che si trova a Bruxelles – quasi sicuramente dopo contatti con Theo Francken, Segretario di Stato belga per l’asilo e l’immigrazione e membro dell’Alleanza Neo-Fiamminga – Puigdemont si gioca il tutto per tutto, ad iniziare dal riproporre la causa catalana come europea, internazionalizzandola e portandola vicino alle istituzioni europee, con un possibile processo fuori dai confini spagnoli e la conferenza stampa nella “capitale” dell’UE che sottolineano l’intenzione di legittimare l’indipendentismo catalano in ambito europeo e la richiesta all’UE di prendere una posizione ed esprimersi. Insomma, con la conferenza stampa nella “capitale” dell’UE, Puigdemont rende la causa catalana una questione europea.

Puigdemont potrebbe addirittura candidarsi alle elezioni del 21 dicembre, ma solo se non sarà in galera; e in questo gioca un ruolo fondamentale Paul Bekaert, avvocato con ufficio in Belgio, a Tielt, che ha seguito casi di ETA e IRA, il quale contatto secondo la mia opinione potrebbe essere stato passato a Puigdemont da Urkullu: dato che contatti tra Urkullu e “presos” dell’ETA ci sono stati, è possibile che Bekaert lo conosca e abbia passato il contatto a Puigdemont. D’altronde, il governo basco si è speso molto per cercare una mediazione tra il governo spagnolo e quello catalano, con il quale ha e ha avuto ancora più contatti. Si può pensare che il nome di Bekaert sia passato per le relazioni ETA-Urkullu-Puigdemont.

Tornando all’ipotesi della ri-candidatura di Puigdemont, resa possibile dal fatto che dal momento in cui gli verrà notificato l’ordine di arresto europeo avrà 60 giorni di tempo prima dell’estradizione – il che gli permette di arrivare alle elezioni del 21 dicembre come uomo libero e dunque candidabile (come dichiarato anche dal Ministro dell’Interno spagnolo) – non ci sarebbe alternativa migliore, politicamente e simbolicamente, del Presidente che ha permesso lo svolgimento del referendum, portato avanti l’indipendenza sino di fatto a sancirla, per questo perseguitato e costretto all’esilio oltre che ad essere destituito da Madrid e non sollevato dal Parlamento catalano. Per operato ed emotività sarebbe il candidato giusto per rivincere le elezioni e dimostrare che l’indipendentismo è davvero la posizione predominante in Catalunya, ora più di prima. Il suo ritorno sarebbe desiderato non solo dagli indipendentisti ma anche da chi male sopporterà il commissariamento di Soraya Saenz de Santamaria, e potrebbe creare attorno a lui una spinta al voto fondamentale per spingere l’elettorato all’ennesima votazione (questa volta si spera senza violenza). Anche con il 155 ancora attivo, l’autonomia della Comunità Autonoma sarà sempre in vigore, come lo è adesso, e si potranno cercare nuove vie all’indipendenza. Più o meno compartite.

Un Pennsylvania Path per Marine Le Pen?

Le Pen 2017

Marine Le Pen può vincere le elezioni francesi. Non solo il primo turno, dove potrebbe anche arrivare seconda, ma pure il ballottaggio diventando così il 25° Presidente della Repubblica Francese.

Affermo ciò basandomi su quella che io chiamo “socio-psefologia“, che mi ha portato l’8 novembre 2016 (in realtà un po’ prima) a determinare il vincitore delle elezioni USA basandomi non soltanto sugli aridi dati, ma integrandoli con i flussi elettorali e soprattutto con un’analisi del contesto sociale attuale.

Questo mio modello l’ho soprannominato “Pennsylvania Path“, perchè dimostravo come Trump potesse vincere – secondo i miei calcoli e le mie analisi – anche perdendo in Florida; cioè vincendo in Pennsylvania. La scelta non era casuale, sai per l’elevato numero di grandi elettori in palio, sia perchè era uno degli Stati più in bilico, dato alla Clinton da quei sondaggi che criticai anche in una presentazione all’Università della Valle d’Aosta poichè secondo il mio parere non tenevano in conto di due cose: il trend e soprattutto la spinta e la motivazione degli elettori, ovvero la differenza fondamentale tra il dire di voler votare per un candidato e il farlo davvero a distanza del tempo trascorso dal sondaggio, senza contare la percentuale di restii ad esporsi verso un candidato dipinto e visto così negativamente dalla società, ma finendo inevitabilmente trascinato, soprattutto nelle ultime ore e nel momento del voto, da quella stessa società a votare per il candidato che riusciva ad offrire un motivo in più per assegnare il voto. La vera sorpresa, che mi ha spinto a teorizzare il modello, è stato il fatto che Trump ottenne il numero richiesto di grandi elettori necessario proprio vincendo in Pennsylvania. E l’ha fatto seguendo il mio modello: la Clinton ha registrato un risultato peggiore di Obama non riuscendo a portare alle urne tutto il suo potenziale elettorato, mentre Trump ha fatto meglio di Romney strappando lo Stato ai Democratici dopo 28 anni e soprattutto ottenendo i fondamentali 20 grandi elettori (che gli avrebbero concesso di vincere appunto perdendo anche in Florida).

Ora che ho ideato questo modello, noto che può essere utilizzato anche in Francia. Infatti, il ballottaggio è una sfida a due dove vince chi porta più sostenitori a votare, come succede di solito nelle democrazie in base ai vari sistemi elettorali. Gli avversari della Le Pen sono facilmente ascrivibili all’establishment molto criticato da Trump, e non sono così forti in quanto: Macron non ha un partito e ciò può essere letale in quanto manca un’organizzazione radicata sul territorio che possa far fronte a 15 giorni di campagna elettorale stremante, e ha un programma molto debole e spoglio che può metterlo in difficoltà in un dibattito che vada più nello specifico; Fillon è sovrastato da scandali che le permettono a malapena di galleggiare; Melenchon ha raggiunto il massimo del suo bacino di voti perchè li pesca soltanto dal disintegrato PS ai minimi storici del povero Hamon che, essendo anche un esponente della sinistra del partito, si vede il partito svuotato da sinistra appunto da Melenchon – che raggiungerà il massimo storico e per ora possibile – e da destra da Macron, sostenuto da Valls ed espressione di un centro-sinistra che potrebbe però risentire dell’etichetta di establishment per essere stato il ministro dell’Economia di Hollande. Non un bel biglietto da visita per quello che potrebbe essere il rivale della Le Pen. Melenchon invece non sembra in grado di poter erodere il consenso del centro e della destra e quindi la sua percentuale è probabilmente già satura, ai danni infatti del PS.

Si prospetta dunque una sfida molto simile a quella USA di 5 mesi fa, e gli ultimi fatti potrebbero spingere l’elettorato della Le Pen alla convinzione di andare alle urne e votare per lei, in maggior parte per gli attacchi terroristici in patria degli ultimi giorni in particolare ma non solo, e anche per contesti regionali come l’immigrazione o internazionali come la minaccia islamica e l’avversione alle istituzioni UE. Calcolando che l’elettorato più deciso, stando ai sondaggi, è quello della Le Pen, con il 70% degli intervistati che si dicono decisi della scelta a fronte del 55% dell’elettorato di Macron e Fillon, con questi numeri la vittoria della Le Pen è possibile. Sempre per il modello denominato “Pennsylvania Path”, o “socio-psefologico”.

La svendita del M5S all’UE

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Venerdì il Parlamento europeo ha posto fine al blocco che aveva imposto per la prima metà della legislatura al Movimento 5 Stelle: l’eurodeputata Laura Ferrara è stata eletta vicepresidente della commissione Giustizia del parlamento europeo. Niente di male, soprattutto in vista ed in conseguenza delle giravolte grilline sull’Europa, passando dall’essere anti-UE ed anti-euro a bramare un’alleanza con i più europeisti di tutti: gli eurofanatici dell’ALDE. La stranezza è che, guarda caso, il giorno prima l’Europarlamento ha revocato l’immunità a Marine Le Pen proprio grazie alla mozione della Ferrara.

Se l’eurodeputata fosse di una altro partito, sarebbe sufficiente per far gridare al complotto Grillo dal suo blog. Invece questa volta la tirata di orecchie arriva dal mio.

Infatti, a inizio legislatura gli altri eurodeputati avevano negato ai colleghi del M5S non solo la possibilità di essere eletti come vicepresidenti dell’Aula, ma anche come presidenti o vice nelle commissioni parlamentari e addirittura fu impedito loro di ottenere anche la guida di una semplice delegazione. Ma si vede che il corteggiamento ai paladini dell’euro e dell’UE e la mossa per cercare di mettere un bastone tra le ruote alla cavalcata della Le Pen in Francia hanno fatto cambiare idea sul loro conto. Almeno se l’elezione o la mozione contro Marine fossero avvenute ad una distanza un pochino maggiore, ci sarebbero stati meno dubbi in merito ad una vera e propria svendita di ideali in cambio di poltrone, della quale peraltro nessun giornalista o analista sembra essersene accorto.

La commissione Giustizia ha, guarda caso, anche il delicato compito di esaminare le richieste di immunità parlamentare presentate dai deputati”, ha ammesso proprio la Ferrara, dimostrando tutto l’acume dei 5 Stelle.

@AlessioErcoli

MGP in visita all’Europarlamento di Strasburgo

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Anche il Movimento Giovani Padani di Biella ha partecipato alla visita dell’Europarlamento di Strasburgo nella 3 giorni organizzata dal Movimento con il gruppo europarlamentare della Lega Nord, diventato ormai un appuntamento fisso nel calendario degli eventi MGP. La delegazione biellese ha rappresentato la nostra provincia e assieme agli altri giovani ha esposto cartelli contro l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea e uno striscione che recitava: “Potete imporci i vostri governi, ma non potrete mai toglierci la nostra libertà!”. Alessio Ercoli, coordinatore del MGP Biella, spiega: “Questa iniziativa del partito rivolta a noi giovani è un’importante opportunità per rendersi conto dell’attività svolta dai nostri rappresentanti nell’Europarlamento, dove la Lega Nord rappresenta ad oggi una linea chiara e coerente, al di fuori degli schemi destra-sinistra che in Europa sono allineati su decisioni per noi demenziali, come ad esempio il dialogo con la Turchia di Erdogan per il suo ingresso nell’UE in cambio di miliardi di euro pagati anche da noi, oppure le sanzioni alla Russia, che sono state proprio ieri estese fino alla metà del 2017, e che sono costate al nostro Paese miliardi di euro in commercio e centinaia di posti di lavoro. Durante la permanenza a Strasburgo è stato con noi Matteo Salvini, a dimostrazione della differenza tra la vicinanza umana del nostro leader e la distanza delle élite di quell’establishment che sta logorando il popolo. La parte più bella del viaggio è stato vedere negli occhi dei ragazzi la felicità per questa opportunità che solo il MGP sa offrire”.

L’alba di una nuova epoca

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Buongiorno Gran Bretagna, ce l’hai fatta contro tutto e tutti, e hai scelto la libertà contro l’euroburocrazia nonostante le paure innestate dalla politica e le minacce e le intimidazioni dei mercati e della finanza. Questa che arriva dopo una notte incredibile e al cardiopalma porta con sé un cambio storico.
Non sono uno di quelli che parlano di vittoria della democrazia, perché quella è già avvenuta quando è stato permesso ai cittadini britannici di votare, e perché quegli altri ne parlerebbero solo in caso di vittoria della loro posizione. Quindi per loro oggi non c’è. Vedrete che inizieranno a dirci che i referendum non sono poi così democratici, che vanno limitati o regolati, ripensati, usati solo in alcuni casi… lo stanno già facendo, su Sky TG 24, prima di esordire dopo la pubblicità con “avremmo voluto aprire con un’altra notizia”. Detto questo, che mi confermerete nei prossimi mesi, io parlo di vittoria del coraggio del popolo e della libertà contro la paura e una vera e propria oppressione basata sulla moneta, sui mercati, sullo stritolamento di regole inutili e di una burocrazia asfissiante oltre che sulla manipolazione delle informazioni. Quella manipolazione usata molto, ovviamente, anche in questa campagna, arrivando a strumentalizzare la tragica uccisione di Jo Cox. Guai se avessero fatto la stessa cosa gli euroscettici: il potere dei mezzi di comunicazione li avrebbe massacrati mediaticamente. Invece loro, controllando tale potere, non corrono questo pericolo e possono permettersi di scrivere cosa vogliono e come vogliono.
Il fatto che ci sia una manipolazione dell’informazione è suggerito dal fatto che secondo alcuni sondaggi (tenuti ben nascosti e di cui si è fatto solo qualche timido accenno) nelle settimane precedenti il 16 giugno (data dell’assassinio della Cox) il Brexit era in vantaggio di 10 punti, dato che si è esattamente invertito nei sondaggi appena riaperta la campagna dopo i 3 giorni di stop. E guarda caso subito dopo, forse per non destare sospetti ma nel contempo per tenere alto l’entusiasmo e confermare la contro-tendenza che volevano far credere ma che in realtà esisteva solo nei loro piani, hanno riallineato il vantaggio a 4 punti. Anche oggi, a urne aperte, è uscito un altro poll che dava il Bremain al 52% contro il 48%. Guarda caso poi il risultato è stato esattamente l’opposto. Allora mi viene il dubbio che i sostenitori dell’uscita siano sempre stati in vantaggio e che questo terrorismo mediatico abbia contribuito in parte ad eroderlo ma senza riuscire – come avrebbe voluto – ad invertirlo.
Ma ormai i giochi sono fatti, e chi sta già iniziando a intensificare i messaggi pro UE e a demonizzare i risultati del voto con le considerazioni più disparate e le intimidazioni o critiche più curiose, farebbe meglio a farsi due domande, analizzare il voto e magari pensare che forse questo modello di Europa basato solo sulla moneta e su imposizioni dall’alto per controllare gli Stati e ottenere la loro sovranità che sono costretti a cedere per creare un super-Stato basato sul nulla, non funziona. I campanelli d’allarme c’erano stati (i voti nazionali e delle amministrative in Francia e Italia e quello presidenziale in Austria, solo per citarne alcuni).
Cameron e il nuovo sindaco di Londra, Sadiq Khan, hanno perso così come i laburisti e il segretario Corbyn, invece festeggiano Nigel Farage e Boris Johnson, unici grandi sostenitori della Brexit. Per Cameron è un disastro politico. E la bassa affluenza della Scozia deve essere analizzata bene perché potrebbe essere un sintomo, un segnale, oltre e ben piu che un peso sostanziale del risultato finale.
Guardando invece al nostro Paese, purtroppo noi non possiamo fare questi tipi di referendum, perché sono vietati dall’articolo 75 della Costituzione e anche quella riformata non viene modificata in questo senso. Per cui, per sperare un giorno di poter esercitare questo diritto democratico, possiamo iniziare a seguire l’esempio britannico – uguale e contrario – e votare NO al referendum costituzionale di ottobre, sperando poi che dal prossimo governo o alla prossima modifica costituzionale venga inserita questa possibilità anche per noi abolendo il divieto, freno all’autodeterminazione e alla democrazia, di indirlo.
Ora però, dopo questa lunga notte (come ci hanno ricordato ieri con titoli fotocopia Il Sole 24 Ore, La Stampa e La Repubblica) non vedo l’ora di leggere articoli di euroentusiasti e di riviste eurofile. Ci sarà da divertirsi. Finalmente.

Federalismo, la terza via (tenuta) nascosta per l’UE

Peter Schrank (The Economist)
Peter Schrank (The Economist)

Federico Fubini e Wolfgang Münchau scrivono sul Corriere della Sera l’articolo “Germania, il (non) leader d’Europa” l’8 giugno 2016, il cui paragrafo finale è il seguente

“La direzione dovrebbe essere l’unione politica. Ciò implica che gli italiani (e i francesi, e gli spagnoli) la smettano di parlare con magniloquenza del sogno di un Europa federale e accettino la realtà: la netta perdita di sovranità, o di controllo da parte delle élite locali, che qualunque unione politica implica. A quel punto l’Italia dovrebbe tenere la rotta e mantenere l’impegno anche quando i gruppi d’interesse all’interno del Paese gridano all’ingiustizia e accusano l’«Europa», non appena le loro rendite di posizione vengono sfidate. Se rifiutiamo l’unione politica, con le sue implicazioni reali, l’alternativa immediata è già chiara: una Germania che esercita l’influenza maggiore nell’area euro, che ci piaccia oppure no.”

In poche parole, ritenendo che la Germania non sia il leader dell’area euro, presentandolo come un bene (concordo) perchè finirebbe per distruggere l’euro (non ne sono convinto) e aggiungendo che è essenziale una unione politica (finalmente!), affermano però che questa unione debba accantonare il progetto dell’Europa federalista, ovvero il progetto che era stato pensato all’inizio della creazione dell’UE, e debba altresì togliere nettamente la sovranità agli Stati, che invece sarebbe un punto saldo nel progetto federalista che si era pensato e che man mano si è messo in un angolo. E si vuole far credere che se si rifiuta questa unione politica basata sulla cessione di sovranità dei Paesi e sul menefreghismo verso i gruppi d’interesse dei Paesi stessi, l’alternativa è una Germania leader dell’area euro (che non mi piace).

Io invece sono convinto che serva una unione politica che tenga conto delle differenze tra gli Stati e soprattutto tra le Nazioni e i popoli, che sia recuperato il disegno federale ormai dimenticato e che venga mantenuta la sovranità e il controlla da parte degli Stati. Perchè non si può basare uno Stato – come si vorrebbe che fosse l’UE – solo sull’economia e sulla finanza, quindi solo sulla moneta e sul mercato, ma bisogna creare unità politica basata sulle differenze e sul istituzioni che funzionino davvero ed abbiano poteri veri, bisogna porre delle regole e decidere ad esempio con chiarezza chi e come esercita il potere legislativo, bisogna decidere chi e come prende in mano la politica estera e la sicurezza, l’equilibrio tra gli Stati, la non intromissione in questioni interne e nella politica interna degli Stati, lasciando loro autonomia, e, per dirla alla Kissinger, decidere chi risponde al telefono quando si chiama l’Europa: cioè qual è il governo. Non ci si può arrendere a queste due alternative e regalare la propria sovranità ad istituzioni prive di poteri solo perchè ci infondono la paura che altrimenti la Germania diventerebbe il leader incontrastato dell’area euro. Perchè se la Germania lo diventasse poi davvero (come appare) si prederebbe anche il potere che abbiamo ceduto all’UE sotto forma di sovranità.