Cosa ci insegna la strepitosa vittoria di Pè a Corsica

Cosa ci insegna la strepitosa vittoria di Pè a Corsica

La strepitosa vittoria dei nazionalisti corsi di Pè a Corsica ci insegna 3 cose:
1) Il cleavage (la frattura) maggiore attuale si conferma tra local e global, tra l’autonomismo tendente all’indipendentismo e il globalismo tendente al mondialismo.
2) Quello che definii qualche settimana fa “treno dell’indipendenza” aggiunge un “vagone”: dopo Scozia, Kurdistan iracheno, Republika Srpska, Vojvodina e la locomotiva Catalunya, ora la Corsica.
3) Per arrivare all’indipendenza serve avere un tessuto socio-politico saldo, sicuro e fedele. Per questo i vincitori, Gilles Simeoni e Jean-Guy Talamoni, due veri lupi politici, propongono per ora l’amnistia per i «prigionieri politici», l’ufficialità della lingua corsa e il riconoscimento dello status di residente corso per opporsi alla compravendita di terreni sull’isola ed evitare speculazioni immobiliari. Con queste misure, andrebbero a sanare i maggiori problemi dell’isola e ad aumentare i consensi, costituendo la base per passare allo step successivo. D’altronde, le modifiche rivoluzionarie avvengono per transizioni. Bisogna sapere crearne le condizioni…

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Su Gerusalemme Trump applica la legge

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La ricollocazione dell’Ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, per la quale ora la sinistra si strappa le vesti sdegnata e preoccupata e la quale viene definita un errore da giornalisti ed analisti, non è nient’altro che l’applicazione del Jerusalem Embassy Act del 1995, passato quindi sotto la presidenza di Bill Clinton, il quale prevedeva tra l’altro che il passaggio dovesse avvenire non più tardi del 31 marzo 1999, che la città restasse unita (undivided) e che fosse riconosciuta come la capitale dello Stato di Israele.
A Trump, quindi, si può attribuire soltanto la colpa di essere coraggioso, di aver avuto il pelo di fare ciò che Clinton, Bush e Obama hanno evitato per anni. Ma ora applicare una legge passata al Senato (a maggioranza Democratica) per 93 voti a 5 è l’errore di un pazzo ignorante.
Eppure Trump non ha fatto nient’altro che applicare una legge, nient’altro che riconoscere la realtà: Gerusalemme è la capitale di Israele de jure dal 1980, con l’approvazione da parte della Knesset della Jerusalem Law. Poi il fatto che non sia riconosciuta non ne cancella l’effettività. Anche perchè è una legge fondamentale, ovvero equipollente ad un atto costituzionale.

La stampa ammette non aver capito nulla di Trump: i veri incompetenti sono loro

La stampa ammette non aver capito nulla di Trump: i veri incompetenti sono loro

Dopo averlo demonizzato ed insultato, ora alcuni giornalisti iniziano a pensare di essere loro a non aver capito nulla e ad aver raccontato balle su Trump. Lo fa persino Federico Rampini su La Repubblica di ieri: “il tempo passa ed è almeno da un anno e mezzo che abbiamo torto”. Già, ma in quell’anno e mezzo è stato gettato fango prima sul candidato Presidente e poi sul Presidente della prima potenza mondiale, soltanto perché – per dirla alla Galli della Loggia – aveva idee ritenute sbagliate (o meglio, che non piacevano alle élite politiche e mediatiche) e quindi ciò bastava per definirlo inconfutabilmente antidemocratico.
Ma il tempo passa, e l’economia interna registra borse ai massimi storici e il Pil sopra al 3% di crescita, assieme alla disoccupazione più bassa dell’anno 2000.
La Corte Suprema, poi, ha autorizzato la piena entrata in vigore dell’Ordine Esecutivo 13780 – ovvero il cosiddetto ”muslim ban” – che vieta l’ingresso negli Usa ai cittadini di Somalia, Sudan, Iran, Siria, Yemen e Libia, dando ragione a Trump sulla legittimità dell’atto. Anche in questo caso, non si era capito o si è voluto cambiare il significato della decisione.
Appare chiaro che sono tutti episodi di post verità scientificamente prodotti da giornali che ora, scontrandosi con la realtà dei fatti, devono sommessamente e quasi con vergogna dichiarare che ad essere incompetenti sono in realtà loro.

La revoca del mandato di arresto europeo contro Puigdemont è per lui peggiorativa

La revoca del mandato di arresto europeo contro Puigdemont è se possibile peggiorativo per la condizione dell’ex Presidente catalano. Viene infatti confermata l’impossibilità di tornare in Catalunya senza essere arrestato e indagato per reati che prevedono decenni di anni di carcere. Puigdemont non potrà quindi fare campagna elettorale in patria nè tornare dopo le elezioni in libertà. Neanche se fosse confermato come Presidente.
Sarà una campagna elettorale dell’esilio, e conoscendo Puigdemont se la giocherà al massimo con un’altra strategia da seguire con ancora maggiore interesse.

Ernesto Galli della Loggia scrive sul Corriere della Sera che “per essere antidemocratici bastano, diciamo così le parole, molte idee sbagliate e un assai modesto livello di fatti”.
Come classificare una simile falsità scientifica? Se non fake news, sicuramente fake concept. Perché il concetto che si vuole far passare è scientificamente falso, nel senso che lo è sia dal punto di vista politologico sia legato ad una strategia mirata a trasformare il concetto di democrazia a piacimento.
Prima di parlare di democrazia, infatti, bisogna definire cosa sia ed in base a cosa possa essere definita ed individuata. Il mio modello di riferimento sono gli 8 procedurali universali di Bobbio (ma se ne prendiamo altri a della Loggia va anche peggio), uno dei quali – quello definito del pluralismo nell’informazione – stabilendo che “tutti coloro che godono dei diritti politici debbono essere liberi di poter votare secondo la propria opinione, formatasi quanto è più possibile liberamente, cioè in una libera gara tra gruppi politici organizzati in concorrenza fra loro”, derubrica l’affermazione di Galli della Loggia nella sfera dell’antidemocrazia. Come si fa, infatti, a votare secondo la propria libera opinione se le idee di politici scomodi vengono definite modeste ed essi dei pericolosi incompetenti?

BI24_FLASH_LA LOTTA. Grazie ai Giovani Padani, la battaglia per la libertà del Popolo catalano è arrivata fino a Biella

Biella 24

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Puigdemont in Belgio si gioca il tutto per tutto

Puigdemont in Belgio si gioca il tutto per tutto

 

Il Presidente catalano Carles Puigdemont, lunedì 30 ottobre ovvero il giorno in cui il procuratore di Madrid ha formalizzato le accuse di ribellione, sedizione e malversazione per lui e altri 14 membri del governo per aver “creato una crisi istituzionale culminata nella dichiarazione unilaterale di indipendenza” venerdì 27 ottobre, è partito in auto per Marsiglia da dove ha preso un volo per Bruxelles con i quattro membri del governo Joaquim Forn, Meritxell Borrás, Dolors Bassa e Antoni Comín.

Anche se Madrid non è preoccupata dal di fatto esilio di Puigdemont, perché ciò che interessava era che i politici indagati non entrassero negli uffici se non per prendere gli oggetti personali in poco tempo e che Puigdemont non si avvicinasse al Palau de la Generalitat, farebbe bene ad esserlo per la strategia incompresa che il Presidente ha messo in atto e continua a portare avanti.

Infatti, dopo aver passato la palla a Madrid e avendo fatto passare il governo di Rajoy come violento e anti-democratico, che non rispetta l’esito del referendum e dunque la volontà popolare ed è il solo a non voler il dialogo, Puigdemont non ha risposto alla domanda di Rajoy sulla dichiarazione di indipendenza e con l’approvazione da parte del Parlament della risoluzione che istituisce la Repubblica catalana – con uno stratagemma retorico per dichiarare l’indipendenza senza dichiararla (pena l’arresto) – a voto segreto di modo da rendere impossibile identificare i votanti a favore e quindi per quel motivo da arrestare, è arrivato fino a lunedì senza una accusa formale, e appena è stata ufficializzata ha scelto l’unica alternativa possibile al rischio di passare decenni in carcere. Da notare che, dopo l’approvazione della Ley de Transitoriedad che proclamava la Repubblica catalana, la palla passava al Govern per l’applicazione e l’inizio ufficiale del processo costituente. Non si è fatto in tempo, e questo ha permesso a Puigdemont di passare guai peggiori.

La vera domanda è: ma il nuovo Govern che scaturirà dalle elezioni del 21 dicembre – se avesse di nuovo una maggioranza indipendentista – potrà portare avanti (e forse a termine) il processo iniziato dopo il referendum del 1-O, anche se il Tribunal Constitucional annullerà la risoluzione sull’indipendenza, ai sensi della Ley de Transitoriedad (sempre che non venga dichiarata incostituzionale anch’essa), quindi iniziare il processo costituente con la società civile come previsto dalla stessa legge, oppure si vedrà impossibilitato a causa dell’annullamento e quindi dell’invalidità dei provvedimenti? Sempre fermo restando che il 155 resterà in vigore anche dopo le elezioni, se Madrid vorrà.

Ma ora che si trova a Bruxelles – quasi sicuramente dopo contatti con Theo Francken, Segretario di Stato belga per l’asilo e l’immigrazione e membro dell’Alleanza Neo-Fiamminga – Puigdemont si gioca il tutto per tutto, ad iniziare dal riproporre la causa catalana come europea, internazionalizzandola e portandola vicino alle istituzioni europee, con un possibile processo fuori dai confini spagnoli e la conferenza stampa nella “capitale” dell’UE che sottolineano l’intenzione di legittimare l’indipendentismo catalano in ambito europeo e la richiesta all’UE di prendere una posizione ed esprimersi. Insomma, con la conferenza stampa nella “capitale” dell’UE, Puigdemont rende la causa catalana una questione europea.

Puigdemont potrebbe addirittura candidarsi alle elezioni del 21 dicembre, ma solo se non sarà in galera; e in questo gioca un ruolo fondamentale Paul Bekaert, avvocato con ufficio in Belgio, a Tielt, che ha seguito casi di ETA e IRA, il quale contatto secondo la mia opinione potrebbe essere stato passato a Puigdemont da Urkullu: dato che contatti tra Urkullu e “presos” dell’ETA ci sono stati, è possibile che Bekaert lo conosca e abbia passato il contatto a Puigdemont. D’altronde, il governo basco si è speso molto per cercare una mediazione tra il governo spagnolo e quello catalano, con il quale ha e ha avuto ancora più contatti. Si può pensare che il nome di Bekaert sia passato per le relazioni ETA-Urkullu-Puigdemont.

Tornando all’ipotesi della ri-candidatura di Puigdemont, resa possibile dal fatto che dal momento in cui gli verrà notificato l’ordine di arresto europeo avrà 60 giorni di tempo prima dell’estradizione – il che gli permette di arrivare alle elezioni del 21 dicembre come uomo libero e dunque candidabile (come dichiarato anche dal Ministro dell’Interno spagnolo) – non ci sarebbe alternativa migliore, politicamente e simbolicamente, del Presidente che ha permesso lo svolgimento del referendum, portato avanti l’indipendenza sino di fatto a sancirla, per questo perseguitato e costretto all’esilio oltre che ad essere destituito da Madrid e non sollevato dal Parlamento catalano. Per operato ed emotività sarebbe il candidato giusto per rivincere le elezioni e dimostrare che l’indipendentismo è davvero la posizione predominante in Catalunya, ora più di prima. Il suo ritorno sarebbe desiderato non solo dagli indipendentisti ma anche da chi male sopporterà il commissariamento di Soraya Saenz de Santamaria, e potrebbe creare attorno a lui una spinta al voto fondamentale per spingere l’elettorato all’ennesima votazione (questa volta si spera senza violenza). Anche con il 155 ancora attivo, l’autonomia della Comunità Autonoma sarà sempre in vigore, come lo è adesso, e si potranno cercare nuove vie all’indipendenza. Più o meno compartite.