La vittoria di Wilders salverebbe la democrazia

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Geert Wilders è un politico olandese, leader del Partito per la Libertà (PVV), costretto a spostarsi unicamente con una scorta dopo essere stato più volte minacciato di morte per le sue posizioni contro l’Islam, candidato alle elezioni legislative del 15 marzo con un programma a metà tra il progressismo e il nazionalismo soprattutto per quanto riguarda l’adozione di una moneta olandese, l’uscita dell’Unione Europea e una forte stretta sull’immigrazione clandestina, con l’espulsione prevista per gli immigrati che delinquono ed il divieto dell’uso del burqa e della macellazione halal islamica.

Su queste proposte si può essere d’accordo o meno, ma non si può essere d’accordo sul fatto che Wilders non possa più partecipare ad eventi ed incontri pubblici della campagna elettorale dopo che i servizi olandesi hanno scoperto che un agente di origini marocchine, incaricato alla bonifica dei luoghi dove Wilders teneva i comizi, condivideva informazioni riservate ad un gruppo di criminali marocchino-olandesi.

Troppo spesso si parla di democrazia valicando di molto il confine elastico della sua definizione che, sebbene non sia unanime, è racchiusa molto bene negli universali procedurali di Bobbio. Uno di essi è la condizione di pluralismo politico, che prevede che “tutti coloro che godono dei diritti politici debbono essere liberi di poter votare secondo la propria opinione formatasi il più liberamente possibile cioè una libera gara tra gruppi politici organizzati in concorrenza fra loro “. Ora viene da chiedersi come possano tutti gli olandesi formarsi potenzialmente una opinione in modo libero, se uno dei candidati in corsa è impossibilitato nel poter svolgere comizi e qualsiasi incontro pubblico, non solo perchè non tutti fanno uso di internet, ma soprattutto perchè il fatto di non svolgere attività pubbliche incide di molto sul peso nelle notizie e di conseguenza sulle possibilità di uscire sui media tradizionali, che restano ancora i più seguiti.

Non si tratta quindi solo del diritto di espressione, peraltro già messo alle strette con la condanna a Wilders per aver chiesto agli avventori di un bar se volessero più o meno marocchini in Olanda (dove su 17 milioni di abitanti, 1 milione è immigrato), ma bensì di un cardine sul quale si basa la democrazia a cui fa riferimento la scienza politica e non quella di un manifestante pro Clinton.

Per questo una sua vittoria, che sembra destinata ad essere un primo posto senza vincere di bersaniana memoria, potrebbe riportare ad un percorso democratico perlomeno di peso nella competizione elettorale, perchè se pare impossibile che Wilders diventi capo del governo, è sicuro che nella sua posizione (i sondaggi danno il suo partito in vantaggio sugli oltre 31 in corsa) dovrà svolgere incontri pubblici in vista della formazione del nuovo governo e di conseguenza riacquisire l’eguaglianza di possibilità di intervento e non essere più in una condizione di diseguaglianza rispetto agli altri candidati.

Se si vuole cercare un vulnus alla democrazia nei Paesi Bassi, bisogna focalizzare l’attenzione su questo aspetto.

@AlessioErcoli

Il terrorismo islamico è stato sottovalutato o mal-valutato

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Non è un caso che l’attentato di stamattina a Bruxelles, la cosiddetta capitale europea, sia avvenuto appena dopo la cattura, sempre a Bruxelles, di Salah Abdeslam, e non è semplicemente che “il Belgio è stato colpito perché parte della coalizione internazionale” come si legge nella rivendicazione dell’ISIS: il Belgio e in particolare i quartieri di Bruxelles sono stati lo scenario dell’ennesimo attentato terroristico perchè lì si concentrano migliaia di islamici e in particolare i cosiddetti second-generation immigrants, i figli degli immigrati che sono andati in Belgio per cercare lavoro attratti dal “sogno europeo” e che si sono ritrovati ad auto-ghettizzarsi in quartieri come quello di Molenbeek (per intenderci quello da cui provenivano gli attentatori di Parigi) e adesso che i loro sogni sono stati distrutti e si trovano, come milioni di europei, senza lavoro ma anche sempre più (auto)marginalizzati, trovano conforto o ritrovano se stessi, la loro cultura o le tradizioni che i genitori avevano abbandonato negli anni, in organizzazioni terroristiche.

Per l’ISIS è più facile colpire dove sono già presenti cellule, dove si concentrano gli islamici delusi e arrabbiati, in un certo senso illusi da questa accoglienza e dalla speranza che ne deriva. Per questo noi non possiamo, come nessuno in questa Unione Europea, ritenerci al sicuro e lontani dal pericolo, perchè oltre ad essere vicini alla Libia e alla Grecia (da dove partono gli immigrati che scappano dalla Siria), siamo anche il Paese da cui passano tutti i clandestini che arrivano in Europa via mare dalle coste dell’Africa settentrionale e proseguiamo con l’accoglienza incontrollata avvolta nella nebbia del business.

Per anni si è continuato ad accoglierli e a permettere che si riunissero in quartieri, ghettizzandoli e ghettizzandosi, facendoli propri, senza porsi domande sui problemi che potevano derivare. Si è visto come anche in Italia, che è lo specchio dell’Europa, fino a qualche mese fa passavano solo messaggi rassicuranti, i politici si affrettavano a dire che non c’erano rischi nè pericoli, che tutto era sotto controllo, che il problema erano quelli che mettevano in guardia dai pericoli di attentati anche da noi, in Europa ma anche da questa parte delle Alpi. Si diceva che eravamo dotati dei mezzi per prevenire ed evitare un attacco terroristico, di non preoccuparsi, di non fare falsi allarmismi. Oggi invece il Ministro dell’Interno Alfano ammette che “non esiste un Paese a rischi zero”, e infatti proprio poche ore prima era stato arrestato un iracheno che viveva nel napoletano ed era già sorvegliato da Francia e Belgio perchè accusato di essere in contatto con terroristi.

Il terrorismo islamico si è sottovalutato troppo, sono stati fatti  calcoli ed evidentemente studi ed opinioni sbagliate, spesso non se ne parla o se ne parla solo in parte (quella che conviene) per paura o per convenienza politica. La realtà però ce l’abbiamo sotto gli occhi, e quella di oggi è solo l’ennesima conferma: bisogna avere il coraggio di dire la verità e prendere decisioni e risposte dure, immediate, concrete e utili. Non ci si può nascondere, non si possono fare calcoli politici, non si può più aspettare, non bisogna avere paura di agire anche se duramente. La risposta ai terroristi deve essere totale, senza troppi spazi a discorsi molto filosofici ma poco pratici. Invece di preoccuparsi della crescita delle destre e della xenofobia, sarebbe meglio se i governanti si preoccupassero di combattere con tutte le misure e i mezzi possibili il terrorismo. Il problema è quello. La causa dei morti è quella. Un problema che si è sottovalutato troppo e per troppo tempo. Non basta piangere dopo la tragedia se la tragedia si poteva evitare.