Midterm: l’effetto Kavanaugh spinge il GOP alla conferma del Congresso

Midterm: l’effetto Kavanaugh spinge il GOP alla conferma del Congresso

Dopo il voto del Senato e la cerimonia di investitura di Brett Kavanaugh a giudice della Corte Suprema, numerosi analisti hanno ipotizzato che la spaccatura tra Democratici e Repubblicani dopo le accuse di violenze sessuali nei suoi confronti potessero spingere l’elettorato Dem ad andare a votare con maggiore slancio alle elezioni di midterm del 6 novembre. L’effetto del post Kavanaugh, secondo le teorie più accreditate, dovrebbe alimentare l’attesa blue wave che permetterebbe ai Dem di riottenere il controllo del Congresso o perlomeno della Camera dei rappresentanti. Ma sarà davvero così? Secondo l’analisi dei sondaggi non parrebbe, anzi tutto tende alla conclusione che la vera spinta della vicenda Kavanaugh abbia rafforzato i candidati GOP, aumentando le possibilità di Trump di mantenere la maggioranza sia al Senato sia alla Camera.

Una prima avvisaglia sarebbe dovuta arrivare dal seggio per il Senato del Tennessee, passato dal +5% Dem al +18% GOP mentre si credeva che l’endorsement di Taylor Swift avesse incentivato gli elettori Democratici ad iscriversi per il voto. Invece, dopo l’investitura di Kavanaugh lo Stato ha switchato, come si dice in gergo elettorale, ovvero è passato da tendente Dem a tendente GOP. Lo stesso è avvenuto in Missouri e Florida, mentre nelle ultime ore la candidata McSally (R) ha compiuto il sorpasso sulla Sinema (D) in Arizona. Parallelamente, il partito Repubblicano ha aumentato il proprio margine di vantaggio in Texas e North Dakota. Questo quadro porta all’attuale previsione del risultato delle elezioni di midterm per il Senato ad un 23-12 per i Democratici, che però non deve ingannare: dei 35 Stati che andranno al voto, 26 erano Dem e soltanto 9 GOP. Questo vuol dire che Trump otterrebbe 3 seggi in più al Senato spostando l’equilibrio attuale di 51-47 a 54-46, rafforzandosi. Con questi numeri, il partito Repubblicano si deve concentrare (quasi) solo sui seggi della Camera.

Qui i giochi si fanno più duri per Trump. Tuttavia, dopo l’approvazione della nomina di Kavanaugh, parecchi distretti congressuali sono passati da blu a rossi. Gli ultimi più eclatanti, in ordine di tempo, sono Kansas 03, New Jersey 03, Minnesota 08, Florida 26, New York 22 e West Virginia 03. Nel distretto congressuale KS03 si è passati dal +6% Dem del 3 ottobre al +3% GOP del 5 ottobre, il giorno in cui è iniziata la discussione al Senato per la conferma della nomina di Kavanaugh. Nel NJ03, il 27 settembre i Dem conducevano per 10 punti percentuali, mentre il 16 ottobre erano i Repubblicani avanti di 2 punti. Nel MN08 si è addirittura passati dal +1% Dem del 4 ottobre in eredità dal 13 settembre, al +15% GOP del 16 ottobre in un sondaggio Siena Research per il NYT. Il FL26 è tornato tendente rosso dopo essere passato blu il 21 settembre: il 5 ottobre i Democratici erano ancora davanti di 2 punti percentuali, ma il 16 ottobre un nuovo sondaggio ha riportato in testa i Repubblicani anche se per un solo punto percentuale. L’ultimo sondaggio per il NY22 risaliva al 30 agosto, quando i Democratici primeggiavano per 2 punti percentuali, ma una nuova inchiesta del 17 ottobre rileva il sorpasso dei Repubblicani anche qui di un punto percentuale. Infine, i Repubblicani si riprendono anche il WV03: assegnato ai Democratici dal 21 settembre (+4%), torna ora verso il GOP secondo un sondaggio Monmouth (+3%).

Midterm 2018 red wave

Ovviamente, non ci sono solo distretti congressuali che passano dal tendente Dem al tendente GOP, e ne rimangono molti non soltanto Toss Up (in bilico), ma addirittura che vedono candidati Democratici in vantaggio in distretti dove dovrebbero vincere i Repubblicani. Un esempio su tutti per i primi è il Nevada 04 (NV04), ballerino tra rosso e blu e che infatti è passato dal +4% GOP del 13 ottobre al +2 Dem del 16, smentendo perlomeno qui un effetto Kavanaugh a favore di Trump. Per i secondi, emblematico è il caso dello Utah 04 (UT04): nello Stato che per il seggio del Senato vede l’ex candidato alla presidenza Romney (R) con un vantaggio che sfiora il 40%, in questo distretto congressuale l’uscente (incumbent) Repubblicano ultimamente sta faticando a mantenere il seggio e per ora la sfida è data “tie”, come si suol dire in presenza di un pareggio nei sondaggi.

Queste variazioni, comunque, dimostrano che non siamo in presenza di una blue wave, anzi l’effetto Kavanaugh ha causato quella che si potrebbe definire una contro-red wave: dopo il 7 ottobre – il giorno della cerimonia di investitura di Kavanaugh – i candidati repubblicani hanno recuperato terreno in molti distretti congressuali chiave, spostando la bilancia da una possibile rimonta blu ad una ulteriore, e scioccante, onda rossa negli Stati più incerti e nei quali ci si gioca la Camera. Secondo le mie proiezioni attuali, i Repubblicani vincerebbero infatti 41 distretti chiave a fronte dei 25 Democratici​​. A pesare su questa debacle, c’è anche il fatto che i candidati Dem non riescono a portare via distretti congressuali ai Repubblicani con la stessa intensità, e continuano a restare dietro in Arizona 02 (AZ02) e Florida 27 (FL27), due distretti con candidati uscenti Dem. Il GOP, invece, nonostante le teorie (a quanto pare smentite) su Kavanaugh, ha continuato a “rubare” distretti colorando la mappa ancora più di rosso: ad ora, secondo gli ultimi sondaggi, i Democratici avrebbero appena la maggioranza alla Camera con 218 rappresentanti (su 218 richiesti, essendo 435 i membri), mentre i Repubblicani ne otterrebbero 214. Quelli che rimangono Toss Up sono 3 (CA10, IA03 e UT04) e diventano determinanti per Trump se vuole mantenere la maggioranza anche alla Camera. Intanto, Kavanaugh gli ha dato una mano.

 

Articolo apparso per la prima volta su https://mondointernazionale.com/

Su Gerusalemme Trump applica la legge

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La ricollocazione dell’Ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, per la quale ora la sinistra si strappa le vesti sdegnata e preoccupata e la quale viene definita un errore da giornalisti ed analisti, non è nient’altro che l’applicazione del Jerusalem Embassy Act del 1995, passato quindi sotto la presidenza di Bill Clinton, il quale prevedeva tra l’altro che il passaggio dovesse avvenire non più tardi del 31 marzo 1999, che la città restasse unita (undivided) e che fosse riconosciuta come la capitale dello Stato di Israele.
A Trump, quindi, si può attribuire soltanto la colpa di essere coraggioso, di aver avuto il pelo di fare ciò che Clinton, Bush e Obama hanno evitato per anni. Ma ora applicare una legge passata al Senato (a maggioranza Democratica) per 93 voti a 5 è l’errore di un pazzo ignorante.
Eppure Trump non ha fatto nient’altro che applicare una legge, nient’altro che riconoscere la realtà: Gerusalemme è la capitale di Israele de jure dal 1980, con l’approvazione da parte della Knesset della Jerusalem Law. Poi il fatto che non sia riconosciuta non ne cancella l’effettività. Anche perchè è una legge fondamentale, ovvero equipollente ad un atto costituzionale.

La stampa ammette non aver capito nulla di Trump: i veri incompetenti sono loro

La stampa ammette non aver capito nulla di Trump: i veri incompetenti sono loro

Dopo averlo demonizzato ed insultato, ora alcuni giornalisti iniziano a pensare di essere loro a non aver capito nulla e ad aver raccontato balle su Trump. Lo fa persino Federico Rampini su La Repubblica di ieri: “il tempo passa ed è almeno da un anno e mezzo che abbiamo torto”. Già, ma in quell’anno e mezzo è stato gettato fango prima sul candidato Presidente e poi sul Presidente della prima potenza mondiale, soltanto perché – per dirla alla Galli della Loggia – aveva idee ritenute sbagliate (o meglio, che non piacevano alle élite politiche e mediatiche) e quindi ciò bastava per definirlo inconfutabilmente antidemocratico.
Ma il tempo passa, e l’economia interna registra borse ai massimi storici e il Pil sopra al 3% di crescita, assieme alla disoccupazione più bassa dell’anno 2000.
La Corte Suprema, poi, ha autorizzato la piena entrata in vigore dell’Ordine Esecutivo 13780 – ovvero il cosiddetto ”muslim ban” – che vieta l’ingresso negli Usa ai cittadini di Somalia, Sudan, Iran, Siria, Yemen e Libia, dando ragione a Trump sulla legittimità dell’atto. Anche in questo caso, non si era capito o si è voluto cambiare il significato della decisione.
Appare chiaro che sono tutti episodi di post verità scientificamente prodotti da giornali che ora, scontrandosi con la realtà dei fatti, devono sommessamente e quasi con vergogna dichiarare che ad essere incompetenti sono in realtà loro.

Rivoluzione francese

Il primo turno delle elezioni francesi ci ha portato una conferma: è definitivamente conclusa la distinzione destra-sinistra per definire i due campi delle sfide elettorali e politiche.

Come si è potuto notare bene soprattutto in Austria, i partiti tradizionali al potere da decenni e che siamo abituati vedere l’uno governare e l’altro essere a capo della minoranza, sono ora entrambi esclusi ai ballottaggi, fuori dai giochi, minoranza erosa in uno scenario totalmente nuovo, che vede ora da una parte i localisti e dall’altra i globalisti, da una parte gli anti-sistema e dall’altra il sistema stesso (il cosiddetto “establishment“). I lavoratori, i giovani e le classi più colpite dalla crisi abbandonano o escludono i partiti storici per dare la loro preferenza a chi si fa portatore di queste istanza, indipendentemente dal fatto che siano favoriti od ostacolati dalla stampa.

È successo anche in Francia, e se i Repubblicani possono incolpare la stampa e le inchieste giudiziarie come il “Penelope gate”, i socialisti possono incolpare solo loro stessi e devono essere consapevoli che Hollande ha grandi responsabilità dell’esclusione del PS al 6%, anche se la grande fetta di responsabilità ce l’hanno i detentori del potere nel sistema europeo, che tengono in scacco i governi nazionali che la Le Pen vuole liberare.

Ecco che l’endorsement di Juncker, Merkel e Mogherini (ma non dovrebbe essere imparziale?) a Macron, conferma che è il perfetto successore di Hollande, del quale fu appunto Ministro dell’Economia. Dato che sapevano già della disfatta del Parti Socialiste, ora si rifugiano tutti assieme da lui, come in un minestrone; ma più appoggio gli offrono e più dichiarazioni di apprezzamento pronunciano, più Macron rischia di essere visto parte di quell’establishment che Le Pen promette di combattere, come avvenne negli USA tra Trump e la Clinton ed in Olanda tra Wilders e Rutte.

Invece, il sostengo lampo di Fillon a Macron è chiaramente in vista delle legislative di giugno, quando il Presidente dovrà nominare il Primo Ministro, che è il detentore del vero potere. Il problema è che un vero gollista non può votare un ex ministro di Hollande, e la scelta più coerente è votare Marine non solo per gli elettori repubblicani, ma anche per Fillon stesso, che arriva da una gioventù gollista sociale ed euroscettica che è l’esatto opposto rispetto a Macron.

L’incoerenza del sostegno indotto di Fillon verso il favorito 39enne fino a 3 anni fa sconosciuto di En Marche è emersa dopo qualche minuto, quando Macron ha esclamato che sarà il Presidente contro i nazionalismi… non credo che i gollisti l’abbiano presa molto bene. In questo senso è stato molto più intelligente Melenchon, che ha salvato capra e cavoli senza dichiarare un appoggio a nessuno e mantenendo quindi libero il suo partito e sicuro l’elettorato raggiunto (la maggior parte dei lavoratori votano Le Pen); perchè il PM lo elegge comunque il Parlamento.

Per quanto riguarda il ballottaggio, invece, c’è un dato straordinario e che nessuno sta prendendo in considerazione: il quasi 5% del sovranista (quindi localistaDupont-Aignan e soprattutto i suoi 1,6 milioni di voti, che lo pongono in sesta posizione appena dietro ad Hamon del PS. Questi sono voti potenziali per il Front National. Non andranno di certo tutti alla Le Pen, ma nessuno andrà a Macron.

Secondo alcuni analisti, i voti presi ora da Fillon si tripartiranno equamente tra astensione, Macron e Le Pen (e qui emerge il calcolo dell’endorsement, che a breve tempo può funzionare ma a lungo tempo è pericoloso). La previsione più interessante resta comunque vedere dove andrà il voto di Melenchon, ovvero più di 6,8 milioni di voti che potrebbero essere decisivi. L’elettorato di Hamon dovrebbe convergere di natura su Macron, anche se rischia di portare un contributo di poco superiore rispetto a quello di Dupont-Aignan. In tutto ciò, comunque, è meglio che Hollande stia nell’ombra perchè con i suoi indici di gradimento rischia di allontanare più voti di quanti ne porti.

La distinzione destra-sinistra è definitivamente superata, è una rivoluzione che arriva anche in Francia dove per la prima volta nella Quinta Repubblica non accedono al ballottaggio nè i Republicains (ex UMP) nè il Parti Socialiste, ma candidati alternativi ai quali gli altri, le vittime del cambiamento socio-politico avvenuto con loro al potere, cercano di accostarsi sia nella politica interna sia in quella estera: tipico è l’esempio del PD che supportava da sempre Macron anzichè il suo storico e naturale alleato Hamon (PS). La nuova distinzione la chiamano in diversi modi, io la identifico in global contro local.

Tutto è ancora aperto per il 7 maggio, calcolando anche che Macron non ha un partito che gli porta voti “storici” e “sicuri” nè al ballottaggio nè tanto meno alle importantissime elezioni legislative di giugno, che rischiano di far precipitare la Francia nella coabitazione. E sarebbe anche l’ultima possibilità per i partiti tradizionali di restare a galla nel sistema.

Un Pennsylvania Path per Marine Le Pen?

Le Pen 2017

Marine Le Pen può vincere le elezioni francesi. Non solo il primo turno, dove potrebbe anche arrivare seconda, ma pure il ballottaggio diventando così il 25° Presidente della Repubblica Francese.

Affermo ciò basandomi su quella che io chiamo “socio-psefologia“, che mi ha portato l’8 novembre 2016 (in realtà un po’ prima) a determinare il vincitore delle elezioni USA basandomi non soltanto sugli aridi dati, ma integrandoli con i flussi elettorali e soprattutto con un’analisi del contesto sociale attuale.

Questo mio modello l’ho soprannominato “Pennsylvania Path“, perchè dimostravo come Trump potesse vincere – secondo i miei calcoli e le mie analisi – anche perdendo in Florida; cioè vincendo in Pennsylvania. La scelta non era casuale, sai per l’elevato numero di grandi elettori in palio, sia perchè era uno degli Stati più in bilico, dato alla Clinton da quei sondaggi che criticai anche in una presentazione all’Università della Valle d’Aosta poichè secondo il mio parere non tenevano in conto di due cose: il trend e soprattutto la spinta e la motivazione degli elettori, ovvero la differenza fondamentale tra il dire di voler votare per un candidato e il farlo davvero a distanza del tempo trascorso dal sondaggio, senza contare la percentuale di restii ad esporsi verso un candidato dipinto e visto così negativamente dalla società, ma finendo inevitabilmente trascinato, soprattutto nelle ultime ore e nel momento del voto, da quella stessa società a votare per il candidato che riusciva ad offrire un motivo in più per assegnare il voto. La vera sorpresa, che mi ha spinto a teorizzare il modello, è stato il fatto che Trump ottenne il numero richiesto di grandi elettori necessario proprio vincendo in Pennsylvania. E l’ha fatto seguendo il mio modello: la Clinton ha registrato un risultato peggiore di Obama non riuscendo a portare alle urne tutto il suo potenziale elettorato, mentre Trump ha fatto meglio di Romney strappando lo Stato ai Democratici dopo 28 anni e soprattutto ottenendo i fondamentali 20 grandi elettori (che gli avrebbero concesso di vincere appunto perdendo anche in Florida).

Ora che ho ideato questo modello, noto che può essere utilizzato anche in Francia. Infatti, il ballottaggio è una sfida a due dove vince chi porta più sostenitori a votare, come succede di solito nelle democrazie in base ai vari sistemi elettorali. Gli avversari della Le Pen sono facilmente ascrivibili all’establishment molto criticato da Trump, e non sono così forti in quanto: Macron non ha un partito e ciò può essere letale in quanto manca un’organizzazione radicata sul territorio che possa far fronte a 15 giorni di campagna elettorale stremante, e ha un programma molto debole e spoglio che può metterlo in difficoltà in un dibattito che vada più nello specifico; Fillon è sovrastato da scandali che le permettono a malapena di galleggiare; Melenchon ha raggiunto il massimo del suo bacino di voti perchè li pesca soltanto dal disintegrato PS ai minimi storici del povero Hamon che, essendo anche un esponente della sinistra del partito, si vede il partito svuotato da sinistra appunto da Melenchon – che raggiungerà il massimo storico e per ora possibile – e da destra da Macron, sostenuto da Valls ed espressione di un centro-sinistra che potrebbe però risentire dell’etichetta di establishment per essere stato il ministro dell’Economia di Hollande. Non un bel biglietto da visita per quello che potrebbe essere il rivale della Le Pen. Melenchon invece non sembra in grado di poter erodere il consenso del centro e della destra e quindi la sua percentuale è probabilmente già satura, ai danni infatti del PS.

Si prospetta dunque una sfida molto simile a quella USA di 5 mesi fa, e gli ultimi fatti potrebbero spingere l’elettorato della Le Pen alla convinzione di andare alle urne e votare per lei, in maggior parte per gli attacchi terroristici in patria degli ultimi giorni in particolare ma non solo, e anche per contesti regionali come l’immigrazione o internazionali come la minaccia islamica e l’avversione alle istituzioni UE. Calcolando che l’elettorato più deciso, stando ai sondaggi, è quello della Le Pen, con il 70% degli intervistati che si dicono decisi della scelta a fronte del 55% dell’elettorato di Macron e Fillon, con questi numeri la vittoria della Le Pen è possibile. Sempre per il modello denominato “Pennsylvania Path”, o “socio-psefologico”.

La politica geostrategica di Trump tra Cina e Taiwan


Solo un ingenuo può pensare che l’incidente diplomatico tra il presidente eletto Trump e il presidente taiwanese Tsai Ying-wen sia davvero un incidente. Il team di Trump non è costituito da inesperti o incompetenti, come pure autorevoli giornalisti scrivono, ma da esperti strateghi conoscitori delle relazioni internazionali e da visionari che provano ad intraprendere una strada diversa in questa relazione, che soltanto alcuni studiosi di politica internazionale e geopolitica sembrano comprendere.

Risulta evidente che ovviamente non sia stato Trump a telefonare al presidente taiwanese – come erroneamente più volte riportato da autorevoli periodici – ma che al contrario la chiamata l’abbia ricevuta. Ma anziché proseguire sulla “one China policy” che prevede il riconoscimento di un Paese e due sistemi, per il quale solo la Repubblica popolare cinese è riconosciuta e solo con essa si possono avere contatti ufficiali, mentre la Repubblica di Cina (ovvero Taiwan) va bene sono per commerciare – preferibilmente armi – Trump ha alzato la cornetta, facendo saltare sulla sedia politici e diplomatici di tutto il mondo. Ma la sua giustificazione per la prima volta rende possibile porre al centro del dibattito internazionale la condizione di svantaggio di Taiwan, che si trova ad essere isolata dalla società internazionale, senza capire appunto “perché si possono stringere accordi con essa ma non dialogare?”

Questa strategia geopolitica di Trump e dei suoi consiglieri più fidati si lega con i rapporti che il magnate già intratteneva con quello Stato de facto e con la visita di Reince Priebus (presidente del partito Repubblicano e ora capo di Gabinetto di Trump) a Tsai Ying-wen avvenuta qualche mese fa. Ma andando più in profondità, risulta evidente che il fine è quello di tastare il terreno per provare a vedere le prime reazioni della Cina al tentativo degli nuovi USA made in Trump, che mirano a frenare l’avanzata cinese e la delocalizzazione delle imprese USA in Cina. Con questa risposta, Trump ha legittimato Taiwan e ha ammesso l’esistenza di un’altra Cina: quella di Chiang Kai-shek espulsa dall’ONU nel 1971, accusata di occupare un seggio illegale.

Infatti, tutto iniziò con la risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite numero 2758 del novembre 1971, che stabiliva la Repubblica popolare cinese come unico interlocutore e unico rappresentante della Cina. Questa politica venne portata avanti dal Presidente Nixon e progettata da Kissinger, ed ebbe come conseguenza quella di creare le fondamenta per lo sviluppo economico e sociale della Cina. Quello stesso sviluppo che ora Trump vuole rallentare poichè mina le aziende e di conseguenza l’economia dell’America che vuole rendere Great Again, e per farlo deve innanzitutto indebolire il nemico numero 1.

Trump ha basato la sua campagna elettorale sul riportare lavoro e imprese negli USA, e nel trattenere quelle che vorrebbero andarsene, allettate da tasse più basse e minori costi derivanti dallo sfruttamento della manodopera. Ora ha trovato, nel Taipei che vuole riallacciare i rapporti con Washington in risposta alle ultime politiche del pre-Obama, un appoggio per minare lo status quo delle relazioni geostrategiche e provare a trarne vantaggio. 

D’altronde, cosa ci si aspettava? Il gioco dei nervi è appena iniziato, ancora prima dell’insediamento ufficiale. Tenetevi forte.

LA VITTORIA DI TRUMP TRA PERDENTI E DOMANDE

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9 novembre 2016. Non un giorno qualsiasi, non un anno qualsiasi. Ma il giorno e l’anno in cui è stato eletto 45° Presidente degli Stati Uniti d’America Donald John Trump. Una vittoria inaspettata dalla maggior parte degli esperti e da chi non vive negli USA, tra wishful thinking e comunicazione altamente canalizzata, ma alla quale Trump credeva fin dall’inizio e ha creduto fino alla fine. Ma una vittoria che comporta anche 4 categorie di sconfitti:

La prima è quella dei mezzi di comunicazione mainstream, dei media facenti capo all’establishment, che vanno dai quotidiani alle tv, dai giornalisti ai conduttori passando per gli editorialisti. Sembravano i surrogati dei mezzi di campagna elettorale della Clinton. Tutti schierati per la Democratica, a tal punto che sembrava che alcuni articoli o editoriali fossero inviati direttamente dai campaign manager della Clinton ai media che poi li dovevano soltanto pubblicare sulle loro pagine. A questa squadra di mass media schierati per la Clinton, Trump è stato bravo a contrapporre i suoi social media, con una pagina Facebook da 12 milioni e mezzo di “mi piace” e video che raggiungevano 10 milioni di utenti. Con questi numeri che farebbero impallidire l’Huffington Post, il suo communication strategy team ha creato una contro-informazione tale da raggiungere più elettori delle testate giornalistiche più lette.

La seconda categoria racchiude le celebrities che hanno fatto l’endorsement per la Clinton e ne sono uscite miseramente sconfitte, con la prova che spostano zero voti e quindi non fanno la minima presa sul popolo. Anzi, a mio parere il fatto che chi (si) spendeva di più per la Clinton fossero grandi banche e star della tv o musicali ben lontani dai problemi della gente comune, abbia alienato a lei ulteriori fette dell’elettorato, irritati dal vedere che il suo appoggio avveniva in maggior parte da grandi giri di denaro.

Sono stati sconfitti anche i pregiudizi con i quali veniva visto Trump e che erano l’esatto contrario della realtà, montati ad arte dalla macchina del fango che andava a senso unico contro di lui, soltanto perché le sue opinioni e le sue proposte collidevano con la volontà del finto progresso dem-universalista.

Ma il vero sconfitto è l’anatra zoppa Obama, una delle maggiori cause umane della sconfitta della Clinton e soprattutto della vittoria di Trump. Un Presidente che si è speso moltissimo per la candidata Democratica, il che la rendeva agli occhi dell’elettorato – giustamente – molto debole. Ma anche l’artefice di una serie di provvedimenti che hanno causato e in alcuni casi aumentato il malcontento. Per non parlare del cavallo di battaglia di Obama, l’Obamacare: un vero disastro per molti americani che, dopo avergli creduto per due elezioni, hanno voltato le spalle alla sua eredità politica.

Ma dopo l’incredibile vittoria di Trump, sono due le domande che bisogna porsi, al netto di pareri personali o non, che si sono rivelati fallaci:

La prima è se si possa arrivare ad insultare in questo modo un candidato che qualche giorno dopo potrebbe diventare il Presidente di uno dei Paesi più importanti e potenti al mondo, soltanto perché esprime concezioni diverse dalle proprie e le idee in una maniera che non piace. Si può, cioè, insultare pesantemente (come ha fatto il vergognoso Robert De Niro) un potenziale futuro Presidente USA, che un domani potrebbe dover rappresentare l’unità della Nazione e tutti i cittadini? Per giunta definendolo maleducato, rozzo e volgare, salvo poi dirgliene di ben peggio (cane, porco, bastardo…)?

E quanta fiducia possiamo ancora avere nei sondaggisti? Partendo dal presupposto che dei mezzi di comunicazione non ne possiamo avere, perché palesemente pilotati al punto che invece di fare informazione scrivono articoli per indirizzare il pensiero del lettore al loro o verso chi servono, la domanda tragica e finale è: possiamo ancora fidarci di chi dovrebbe usare metodi scientifici ed è considerato tra i maggiori esperti della materia, a volte addirittura un guru, ma poi risulta sbagliare clamorosamente le previsioni delle quali era praticamente sicuro? E se è stato un errore, che può sempre avvenire per carità – tant’è che avevano lasciato un 6% di speranza a Trump (i più ottimisti un 15%) – in questo errore quanto c’è di sbagliato in calcoli in analisi e quanto invece di wishful thinking ovvero di auto convincimento che andrà tutto come si spera e si pensa anche se i dati dicono diversamente, o peggio quanto c’è di ritocchi, modifiche, aggiustamenti, tattica per spostare voti con i sondaggi e i soliti articoli?

Sono questi gli sconfitti e le domande che, a parer mio, ci portano all’uscita di una delle peggiori presidenze USA degli ultimi anni e di una gestione pericolosamente pilotata della comunicazione, e potrebbero portarci verso una maggiore democrazia in un Paese che democratico non lo è stato mai. Comunque la pensiate, lasciate lavorare il Presidente Trump.